Riflessioni

Cercatori di Dio: cercatori d'Amore


                Cerchiamo amore, perché siamo fatti per amare e per essere amati, siamo stati inseriti nella SS. Trinità. Per amore siamo nati, per amore viviamo ed essere amati dà gioia. L’amore è contagioso ed esige uscire da sé e accogliere la diversità, nella generosità del dono e nella gratuità. La gioia nasce anche dal lasciarsi amare.
                 L’amore, la carità, è riflesso della Trinità. Dice S. Agostino nel “De Trinitate”:
“Se vedi la carità tu vedi la Trinità”.
                Le tre Persone della SS Trinità vivono l’una per l’altra, con l’altra e nell’altra, in perfetta unità e reciprocità dinamica, perché la Trinità è unità e comunione e noi siamo partecipi di questa vita trinitaria, di questa vita di comunione.
Per noi la Trinità è l’origine, il sostegno, la direzione e la meta del nostro cammino.
                Siamo creati a sua immagine e siamo chiamati a partecipare alla sua vita di amore.
               Ogni uomo è soggetto singolo e irripetibile, ma ci apparteniamo gli uni gli altri: siamo creati per essere in relazione, una relazione d’amore.
                Tendiamo ad affermare la nostra identità personale e la nostra libertà e originalità, non però nell’isolamento.
Per essere noi stessi e per sentirci vivi, abbiamo bisogno che altre persone ci accettino e riconoscono il nostro valore; abbiamo bisogno di comunicare con loro e di condividere le cose, gli atteggiamenti, perfino i segreti più intimi. Ciò si può realizzare solo nella reciprocità dell’amore, non quando c’è dominio, possesso, giudizio.
“Il regno di Dio - dice Clemente di Alessandria - viene quando due diventano uno”. Questo non è valido soltanto per la coppia, ma anche per noi che viviamo in comunità, dobbiamo tendere a diventare “un cuor solo e un’anima sola”.
Come il Padre è donazione e il Figlio è accoglienza nell’unità dello Spirito Santo, così noi viviamo davvero e cresciamo nella misura in cui impariamo a donare noi stessi e ad accogliere gli altri, in uno scambio incessante per attuare la comunione nel rispetto delle persone e della loro libertà e originalità.
“Quando Gesù prega il Padre: Tutti siano uno come anche noi siamo uno (Gv 17,21-22), ci suggerisce una similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stesso, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono sincero di sé” (GS 24).
Ecco perché noi, creati a immagine di Dio, ci realizziamo solo nella reciprocità dell’amore, donando, accogliendo, facendo unità, questo implica il dono di sé: “Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” ( Gv 15,12-13):
Ecco che ritornano le beatitudini:
Dice S. Francesco di Sales:
“Nelle beatitudini Gesù ci invita a vivere nel mondo e nella vita nostra contro tutte le opinioni e le massime del mondo… con abnegazione di noi stessi. Questo non è vivere secondo la natura umana, ma al di sopra di se stesso e non si può vivere se non lo attira l’eterno Padre, ne consegue che tale modo di vivere deve essere un rapimento continuo e un’estasi perpetua di azione e di operazione.” (S. Francesco di Sales “Trattato dell’amore di Dio”)
E’ proprio nell’uscire da sé e nel donarsi secondo la dinamica esigente della carità, che l’uomo trova la vera realizzazione di sé, trova il vero amore.
“Un cuore che ama, proprio perché ama, è disposto a vivere le esperienze più alte” ( Giovanni Paolo II nella “Veritatis splendor”), perché l’amore tende all’eternità.
Benedetto XVI, nell’enciclica “Deus caritas est”, dice che l’amore è un “esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio” (“Deus caritas est”n°7).
Nei rapporti umani, invece tante volte ci accorgiamo di non essere in grado di amare come vorremmo e c’è qualcosa che paralizza l’amore: il voler possedere l’altro o la gelosia come paura di perdere l’altro o l’ingratitudine perché non c’è riconoscenza gratuita del dono, che non può essere preteso.
Come aprire il nostro cuore ed essere capaci di amare? Chi ci renderà capaci di questo amore?
Non potremmo mai essere capaci di amare, se non ci lasciamo amare, se non ci dissetiamo alla sorgente dell’amore, che è Gesù Cristo, dal cui Cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio (cfr “Deus caritas est” n°7).
Dio è amore, questa affermazione della 1 Gv 4,8, trae la sua verità dal mistero di morte e resurrezione di Gesù, di questo Dio che si dona totalmente sulla croce, per rialzare l’uomo .
Guardando a Cristo, il credente trova la strada del suo vivere e del suo amare e di amare anche la persona che non gradisce. “Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo… Io vedo con gli occhi di Cristo… posso donargli lo sguardo d’amore di cui egli ha bisogno” (“Deus caritas est n°18).
San Francesco fa esperienza dell’amore e della misericordia di Dio nell’abbraccio del lebbroso.
“Quando il Signore mi usò misericordia… ciò che mi sembrava amaro mi si cambiò in dolcezza di animo e di corpo” (FF ).
Francesco, ricevendo la misericordia di Dio, la dona agli altri, cioè volge lo sguardo del cuore al misero, al rifiutato perché ripugnante, al lebbroso, ma in lui vede il volto del Cristo sofferente, che ha fatto della sua croce, l’albero della vita e il segno più alto dell’amore.