Riflessioni

Lasciatevi riconciliare (incontro formativo Castellammare 17-18 marzo) Madre Maricla

È quanto mai opportuno, in Quaresima, soffermarci a riflettere sull’invito di Paolo: Lasciatevi riconciliare (2 Cor 5,20)

Ci stiamo dicendo più volte quest’anno che il Signore ci chiama a rinascere, ma possiamo rinascere solo se ci apriamo all’amore di Dio che perdona, risana e dà la vita. Non possiamo parlare di riconciliazione a prescindere dall’amore, quello di Dio.
Non ci può essere riconciliazione senza amore.

Dio è amore. Dio crea per amore, per dare all’uomo tutto quanto è ed ha: in una parola per sposare l’umanità.

Questo amore, annunciato, delineato nell’Antico Testamento (il tempo del fidanzamento), si concretizza e si rivela pienamente in Gesù (lo sposo dell’umanità): Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio.

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”. Questo significa che l’amore di Dio si spinge al dono, si spinge alla comunicazione, si spinge alla riconciliazione. “Amore” diventa in Dio “donazione” incondizionata che si spinge fino al dono della vita. Gesù Cristo viene nel mondo a dire che Dio è Padre di misericordia e per dire questa verità, che vive nelle profondità del proprio cuore, si spinge fino alla croce.

Gesù è colui che riconcilia l’uomo con Dio anche a prezzo del suo sangue. Questo vuol dire che nonostante il rifiuto dell’uomo all’amore di Dio, Dio continua ad amarlo. La croce rivela così, da una parte, fin dove arriva l’amore misericordioso di Dio, ma dall’altro manifesta anche dove arriva il rifiuto dell’uomo nei confronti di quest’amore. Il Signore va con coraggio sulla croce per far comprendere all’uomo che Dio è amore ed è un amore che si dona sempre in maniera gratuita, incondizionata, totale. Dio non si ferma dinanzi al nostro rifiuto, non chiude la porta del suo cuore, anzi ci è dato di contemplare sempre quel Cuore squarciato di Gesù che è un invito ad entrare, a ritornare a Lui; quello squarcio è la porta della sua casa sempre aperta per accoglierci.

Gesù Cristo è colui che riconcilia e per riconciliare giunge al dono della vita. Non è la croce che riconcilia Dio e gli uomini, è tutta la vita di Gesù che riconcilia perché tutta la sua vita è scandita dal desiderio di avvicinare Dio e l’uomo. Quando egli guarisce vuole mostrare quest’amore di misericordia che trasforma. La croce è il punto di arrivo di un’esistenza che ha voluto sempre essere di comunione, di mediazione, di amicizia.

Il sacrificio è segno di questo amore di misericordia di un Dio che si dona, che prende l’iniziativa al perdono.

San Paolo dice:
“Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio che riconciliato a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione ” (2Cor 5, 14-19).

Se mi posso permettere di fare un accostamento dico che anche a noi Religiose dei Sacri Cuori è affidata la parola della Riconciliazione. La nostra spiritualità, vedi Costituzioni n° 5.1, è proprio di riparazione: Le Religiose dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, secondo le indicazioni del loro Fondatore, si dedicano alla riparazione e all’apostolato nei limiti che loro convengono, offrendosi, cioè Vittime d’amore a Dio per la Chiesa e per le anime.

Nel cammino formativo 2007 – 2008 “Va’ ripara la mia casa Riconciliarsi per Riconciliare”, nella sua riflessione “La riparazione come Riconciliazione” fra Vincenzo Ippolito si poneva delle domande:
Come, dunque, recuperare il concetto della riparazione con un contenuto nuovo, riproponendo il significato vero presente nella Scrittura e nella tradizione della Chiesa? E come fondare, quindi, a partire da questo senso nuovo, una vita spirituale?

E così rispondeva:
È probabile trovare una risposta nella visione del Dio che si è fatto uomo per la nostra glorificazione, per la nostra santificazione. È quello che dice Ireneo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”. I padri della Chiesa, soprattutto quelli orientali parlano di divinizzazione e quando nella scuola francescana, a partire da Bonaventura e Duns Scoto, ci si pone la domanda “Perché Dio si è fatto uomo?” la risposta è la stessa: Dio si è fatto uomo non a causa dei peccati, ma per la glorificazione dell’uomo.
Il progetto d’amore di misericordia di Dio non può essere contrastato dal peccato. Dio si è fatto uomo per rivelare all’uomo quella che è l’altezza della vocazione cristiana; è solo in seguito, dice Scoto, che a causa del peccato Cristo ha riportato l’uomo all’amicizia con Dio. Ma prima di ogni cosa, nell’atto della creazione, Dio ha pensato a Gesù Cristo per rivelarci il mistero del suo amore. Lo stesso Scoto indica Gesù Cristo come colui che è il primo pensato e l’ultimo realizzato per cui quando il padre crea Adamo non pensa ad Adamo, pensa a Cristo. Cristo, perciò, è il vero Adamo ed è guardando a Lui che possiamo comprendere il mistero d’amore del Padre, il mistero della creazione, il mistero della redenzione e che cosa significa veramente salvezza.

Riparazione come riconciliazione allora vuol dire donare la propria vita come ha fatto Gesù, per poi arrivare al dono della vita fino alla croce, manifestare sempre l’amore di Dio anche a prezzo della vita. Nelle nostre Costituzioni, vedi n°5, è esplicito che siamo chiamate ad essere Vittime di amore a Dio. Riconciliazione intesa come vita che continuamente si dona. Ecco perché Paolo può dire “è stato Dio che ha riconciliato.”

Tutto ciò ci invita a convertire le nostre categorie mentali per diventare “ministri della riconciliazione” che Cristo ha operato ed è per questo che Paolo ribadisce “Noi fungiamo perciò da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.” [2 Cor 5, 14-21]

Noi stessi allora non siamo coloro che espiamo i peccati dei nostri fratelli che sono peccatori, ma segno nel mondo di quest’amore di misericordia che giunge al dono della vita come sua espressione massima, rivelazione massima.

Dire “offro la mia vita per la salvezza dei peccatori” è un’espressione giusta che però va intesa con una nuova comprensione: “desidero vivere l’amore di misericordia che c’è nel cuore di Dio e arrivare anche al dono della vita per mostrare quest’amore”; questo significa essere agnello, questo ha vissuto Gesù Cristo.

Vivere la riparazione come riconciliazione significa vivere questo mistero di misericordia dentro di sé. Essere riparatori così come lo è stato il Signore è vivere questo mistero d’amore che brucia a tal punto dentro che si manifesta agli altri.

L’Eucaristia stessa è il segno concreto che Lui ci ama. Il pane e il vino sull’altare, trasformati dalla Parola di Dio sono il segno della nostra docilità a questa riconciliazione di Dio che ci trasforma e lì, nel pane e nel vino, siamo chiamati ad offrire la nostra vita cioè la nostra docilità: questo significa partecipare alla dinamica dell’amore di Dio.

Gesù Cristo ha vissuto nella sua vita umana quella dinamica che la Trinità vive in se stessa: amore che si dona sempre in maniera gratuita, incondizionata, totale.

Dire: “Dio non ha bisogno dei sacrifici della mia vita, ma devo lasciarmi riconciliare con Lui” cosa potrebbe significare a livello personale e comunitario?

Significa che mi devo amare nella mia fragilità, anche nel mio peccato, accettare la sorella che mi è davanti così com’è. Francesco nella lettera a un ministro dice “non volere che sia un cristiano migliore, ma amalo così com’è”. È questa la riparazione come riconciliazione: vivere sempre noi stessi la dinamica di quell’amore che diventa oblazione, cioè dono incondizionato ai fratelli, anche quando incontra il rifiuto e la durezza o l’ira. In questo modo nella nostra vita personale e nella nostra vita fraterna sarà Dio a riconciliarci e riconciliare e la nostra volontà collaborerà con la volontà di Dio, la nostra comunità sarà specchio della Trinità. Vivere di quest’amore vuol dire realizzare l’essere uomo, vuol dire manifestare la forza di un amore che ci trasforma.

Tale riconciliazione riguarda prima di tutto noi stessi. Bisogna riconoscere che l’amore di Dio va oltre i miei limiti, l’amore di Dio non potrò mai pagarlo o ricambiarlo con i miei fioretti o i miei atti d’amore. Dio non vuole questo, Dio non vuole la mia sofferenza ma la sofferenza acquista valore nel momento in cui è segno dell’amore che noi portiamo a Lui e che è importante più di tutte quante le cose. In un momento di sofferenza, in un momento di morte, in un momento anche di oscurità spirituale il suo amore per noi è più importante di tutto e offrendogli la nostra sofferenza noi gli diciamo “Signore, sei più grande di ogni cosa e in questa sofferenza Tu sei luce che rischiara.” È la vita di Dio in noi a darci la certezza che quella sofferenza è trasformata.

Gesù Cristo stesso vive la sofferenza, vive l’angoscia ma con la profonda coscienza che l’amore del Padre è più grande di ogni cosa. E se anche i suoi discepoli lo hanno lasciato solo, Lui per sempre conserverà la comunione con il Padre e per sempre rivelerà l’amore di misericordia del cuore di Dio. Quando, nel capitolo X del vangelo secondo Giovanni, dice “Nessuno può rapirle (le pecore) dalla mano del Padre mio” intende dire che nessuno può toglierci da quell’amore di misericordia del Padre, nessuno.

Francesco spesso nei suoi scritti chiama il Signore “pacificatore”, colui che sempre ha la volontà di fare pace. Gesù Cristo è pacificatore anche nel sacramento dell’Eucaristia ed è proprio in essa che è manifesta la volontà di un Dio che si dona sempre. Aveva un corpo e ce l’ha donato, uno spirito e ce l’ha donato, con l’Eucaristia ha voluto che avessimo sempre davanti agli occhi questa donazione incondizionata, gratuita di sé e perché dal sacrificio della sua vita, partecipando al mistero di quel corpo spezzato e di quel sangue versato per noi, avessimo la forza per essere riconciliazione, propiziazione, espiazione per i nostri fratelli. Il senso della celebrazione eucaristica quotidiana è proprio questo: vedere sempre com’è che si vive, abbiamo bisogno di vedere che l’amore è vero soltanto se si dona. L’amore è questo, anche a prezzo della vita. Non è che Dio ha bisogno di questo, ma noi realizziamo il nostro essere “immagine e somiglianza” se viviamo così come è vissuto Gesù Cristo; è in questa donazione che noi siamo felici e diventiamo ostensorio per i nostri fratelli. Noi siamo fatti per essere dono e pertanto questo non è frutto della nostra volontà, ma dell’amore di Dio che lasciamo entrare nei nostri cuori e che con la sua grazia fa meraviglie.

“Mi guardo e non mi riconosco”: è lo Spirito Santo che ama attraverso il nostro cuore, è lo Spirito Santo che ci riconcilia con noi stessi, con i peccati della nostra vita, con il nostro passato, con il nostro perfezionismo, con i nostri fallimenti e, in queste cose, ci fa guardare con occhi diversi l’altro che mi sta vicino.

In questo cammino di Riconciliazione e quindi di riparazione, ci accompagni Maria che accogliendo Gesù nel suo seno è diventata la Misericordiosa.