Riflessioni

Chiamate alla comunione - III parte

Paolo è mediatore della Parola di Dio per la comunità di Corinto e per la nostra fraternità oggi.
Leggiamo 1 Cor 1, 10-17.
S. Paolo invita a rifuggire ogni lacerazione o strappo nel tessuto delle relazioni all’interno della comunità e incoraggia positivamente all’unità nel modo di pensare e di elaborare intenzioni, giudizi, scopi, volontà e desideri.
“Ci sia perfetta unione di pensieri e di intenti”. Cosa intende ? Forse dobbiamo pensare tutte alla stessa maniera?
Non si tratta di una ricerca di “uniformità”, ma di una attenzione alla concordia su ciò che indirizza le decisioni fondamentali della vita.
L’unità si fonda sul fatto che tutti i credenti dovrebbero avere in fondo, uno stesso modo di pensare: quello di Cristo, per cui la lacerazione della comunità deriva dal fatto che i componenti ricercano l’origine e il fine del loro agire in qualcuno o qualcosa che non è il Signore Gesù.
Il centro della fede cristiana è uno solo: Cristo, tutto il resto esiste solo in relazione a Lui.
Tutti dobbiamo convergere verso un’unica meta: Cristo, acquisire gradualmente la sua mentalità, quella evangelica, che la fraternità ti aiuta a scoprire e ti porta a vivere un amore spirituale, dove ciascuno rispetta i carismi e lo spirito di iniziativa dell’altro, senza criticare e senza esigere l’uniformità assoluta.
L’unità, non l’uniformità, richiede la reciprocità, l’accoglienza, come una mamma verso il proprio figlio è sollecita nelle cure e nell’attenzione, così ognuna deve prevenire le richieste dell’altra.
S. Francesco è maestro di fraternità e di unità.
La concezione francescana della fraternità, prende come punto di partenza, la persona di ciascun fratello, con le proprie caratteristiche e tende all’accettazione e all’amore reciproco. Non si tratta tanto di vivere insieme, lavorare per la comunità, partecipare agli atti comuni, quanto piuttosto vengono sottolineati gli aspetti spirituali, la comunione di vita, i rapporti interpersonali, la convinzione che tutti i membri sono stati radunati in Cristo, come una famiglia, nella quale ciascuno realizza la propria vocazione. La fraternità è legata non ad una attività determinata, ma da un modo di essere, da un atteggiamento di vita, da uno stesso spirito nel rapporto tra i suoi membri.
S. Francesco ha una concezione trinitaria della fraternità, infatti dice : siamo fratelli perché figli dello stesso Padre, ci unisce la figliolanza divina, siamo fratelli in Gesù e ci accomuna lo stesso desiderio di compiere la volontà del Padre, siamo fratelli spirituali, cioè fratelli nello Spirito, perché seguiamo lo stesso cammino evangelico. E infine il fratello è dono di Dio. La fraternità quindi non è un semplice progetto umano, ma è parte del piano di Dio.
All’origine della vita fraterna c’è la comunicazione della vita divina, che è amore. La concezione del fratello come dono o grazia del Signore, è quella che dà solidità teologica ai rapporti fraterni e impedisce che si ricada in una semplice relazione di simpatia.
Nella fraternità come la intende S.Francesco notiamo queste caratteristiche:
L’uguaglianza: la fraternità si costruisce a partire della individualità di ciascuno da non confondere con l’individualismo).
La reciprocità: il fratello vale per quello che è, non per quello che fa, i fratelli si amino reciprocamente e si stabilisca un rapporto interpersonale tra i membri.
La sussidiarietà: ognuno deve accorgersi della necessità dell’altro, ma nello stesso tempo si manifesti l’un l’altro con confidenza le proprie necessità.
L’oblatività è donazione gratuita di sé, che scaccia l’individualismo
La misericordia: “ogni frate, per quanto abbia peccato dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni senza la tua misericordia.
La letizia: il vero spirito di fraternità sa comunicare la gioia che ciascuno ha nel cuore e sa condividere questo dono dello Spirito con gli altri
La fraternità quindi è un incontro e dialogo, è comunione divina e umana, è una forma di vita che contribuisce all’edificazione del Regno di Dio.
La corresponsabilità siamo tutte responsabili della costruzione della nostra fraternità, non possiamo scaricare tutto sulla responsabile, perché ognuno nel suo ruolo contribuisce alla costruzione della fraternità.
Unità e corresponsabilità perché tutti lavoriamo per uno stesso fine.
S. Paolo ai Filippesi dice: “abbiate lo stesso pensiero di Gesù” che è il pensiero dell’amore, del dono gratuito.

Tutte siamo chiamate a mettere a disposizione della fraternità i nostri doni, se mi approprio dei doni che il Signore mi ha fatto per l’utilità comune, creo divisione, individualismo. Se mi esproprio, cioè dono gratuitamente ciò che mi è stato donato gratuitamente, creo comunione, unità, fraternità.
L’espropriazione è umiltà, è riconoscere che ciò che ho e ciò che sono non è mio, per cui devo ridare a Dio ciò che è di Dio.
Ci chiediamo allora se nella nostra fraternità viviamo la “perfetta unione di intenti, come vuole il Fondatore: volontà comune, unione di cuore a Gesù, Giuseppe, Maria. Viviamo la fraternità come la desiderava S. Francesco?
Vogliamo che tutte si uniformino alle nostre idee e desideri oppure ricerchiamo insieme e tendiamo tutte all’unico desiderio di Cristo?

S. Paolo continua: “ci sono divisioni tra voi”
E’ una realtà che deve metterci in discussione.
Non possiamo dire che tutto va bene. Andiamo in profondità nella fraternità, non è coprendo con un velo le divisioni che si crea fraternità. Se c’è una piaga, è necessario scoprirla e trovare la medicina adatta per guarirla.
Quante volte ci comportiamo come i soldati sotto la croce di Gesù.
Tiriamo a sorte la tunica di Gesù o laceriamo il mantello, segni della Chiesa, del Corpo Mistico di Cristo, della nostra fraternità.
Queste lacerazioni avvengono quando dimentichiamo che gli obiettivi e i desideri nostri dovrebbero essere quelli di Cristo e del Vangelo.
I miei desideri sono conformi al Vangelo?
Come mi relaziono con gli altri che hanno idee diverse dalle mie?
Nella fraternità dobbiamo ricordare che le qualità umane mie e di tutte, non vanno mortificate, ma indirizzate al bene.
Come utilizzo le potenzialità che il Signore mi ha dato?
Metto in risalto più ciò che ci divide che ciò che ci unisce nella fraternità?

Per ricucire le divisioni, per riallacciare rapporti un po’ raffreddati, chiediamo innanzitutto a Maria, la Mamma di Gesù di ricucire lei questi strappi, come una mamma rammenda la veste del figlio. Per fare questo ci può aiutare: il dialogo, la comunicazione e il riconoscimento umile delle nostre fragilità e quelle degli altri.

Leggiamo ciò che dice il documento “Vita fraterna in comunità” al n° 32.

Ora chiediamoci:
Nella nostra fraternità c’è comunione, condivisione dei beni dello Spirito?
Arricchendoci nella comunicazione si rafforza la fraternità, perché ci si conosce meglio e si impara a comprendersi e ad accettarsi reciprocamente.
Importante è riconoscere i doni che il Signore ci ha fatto, ma anche riconoscere che siamo fragili, non per scoraggiarci, ma per crescere.
Nella lettera programmatica del 2006-2007, la Madre riprende il n° 41 delle RR “ un’anima, che non è sommamente compenetrata del proprio niente, anzi addivenuta peggiore del niente per la colpa, non potrà mai essere buona per qualcosa di grande per Dio”.
“Essere compenetrata del proprio niente-dice la Madre- vuol dire avere la piena consapevolezza che io sono una creatura, che quello che faccio può anche essere sbagliato, che le mie idee non sono un assoluto, che non ho sempre ragione e che posso cadere.(lett. 2006-2007 n° 17)
I fallimenti che riscontriamo, sia a livello personale che comunitario che lacerano il tessuto della fraternità, diventano “luoghi nei quali incontro Gesù come medico, le mie ferite sono occasione di crescere nella consapevolezza del mio niente… Una persona che si riconosce creatura dinanzi a se stessa e dinanzi a Dio, vive riconciliata anche con gli altri, non ha diritti da difendere o idee da accaparrare, si sente amata e prediletta da Dio, e questo rappresenta la sua vera ricchezza, non teme che gli altri possano riprenderla, anzi ringrazia chi le fa notare i propri errori perché sa che l’Assoluto è Dio solo…
Pietro impara che le sue durezze non vanno nascoste, ma donate a Gesù. Giacomo e Giovanni devono far venire fuori le aspettative di grandezza che li spinge a volersi sedere ai lati del Maestro nel suo Regno.
Sequela non è reprimere quello che si è, ma purificare i moti del proprio cuore con l’aiuto di Dio, non è perseguire l’immagine che noi abbiamo di noi stessi, ma riflettere in noi la somiglianza di Dio, che opera silenziosamente in noi grazie al suo Spirito” (lett. 2006-007 n°18).
“Riconoscersi deboli e povere dinanzi a se stesse e dinanzi agli altri, è frutto di un cammino di profonda conversione, della risoluta volontà di gettare la maschera che indossiamo e che difendiamo ad ogni costo, di accettarsi per quello che si è e così imparare ad accogliere gli errori, sapendo che più riconosciamo di essere nulla, e più Dio ci ricolma di grazia… Quante volte invece non accettiamo le nostre fragilità e quelle delle altre, quante volte ci sentiamo in diritto di giudicare, di sparlare…(lett 2006-2007 n° 19). Per far questo è necessario penetrare nell’intimo del Cuore della Vittima divina (RR 8), per assimilarne i pensieri e i sentimenti, parole ed opere, intenzioni e forza.
“ Se accogliamo la croce come modalità per costruire la nostra vita personale e quella delle nostre fraternità…non avrò diritti da difendere nella fraternità, perché sulla croce Cristo non dice nulla, pur potendo far valere la sua uguaglianza con Dio, ma si offre come Vittima di infinita carità per amore degli uomini”(lett 2006-2007 n°21)
“La sequela è per noi l’itinerario nel quale assimiliamo i sentimenti del cuore del Redentore, … lasciamo che il Signore trasformi il nostro cuore per battere all’unisono con il suo, per diventare un cuor solo e un’anima sola” ( lett 2006-2007 n°23), per non correre il rischio di svuotare la croce di Cristo, per non svuotare la nostra fraternità della ricchezza dell’amore di Dio.
Lasciamoci interrogare da Dio. Abbiamo ferma speranza di crescere nella comunione fraterna, nonostante la nostra piccolezza, perché non fondiamo la fraternità sulle nostre capacità, ma sull’amore di Dio che ci ha riunite nel Sangue del Suo Figlio Gesù.