Riflessioni

L’amore di Francesco Saverio Petagna per il Signore

 Introduzione:
Cosa spinge un giovane in tenerissima età a donare la sua vita al Signore? Più volte negli anni scorsi ci è stato chiesto di far memoria della nostra vocazione, dell’entusiasmo iniziale della nostra risposta a Dio. Abbiamo potuto, ciascuna nel suo cuore o nella sua fraternità, constatare come il Signore si sia servito di ogni mezzo per comunicarci il suo Amore: l’entusiasmo di una suora, come la sofferenza di una perdita, il desiderio di essere utile o la delusione di una situazione, la gioia di voler essere dono per gli altri, o un evento spiacevole che ha marcato la vita, la voglia di condividere la propria fede in modo più radicale, o il semplice desiderio di vivere in un modo diverso da quello in cui si era ….
Il Signore si serve, insomma, del quotidiano, del nostro vissuto per parlarci, a volte in modo non molto chiaro, altre in modo palese, penso però di non sbagliare se affermo che tutte abbiamo risposto e continuiamo a rispondere alla chiamata, spinte da una sola cosa: l’Amore per Dio, l’Amore per quel Cristo Gesù che abbiamo voluto imitare e seguire, a cui vogliamo conformarci, quello stesso Amore che ha attirato e conquistato anche il nostro padre fondatore Mons. Francesco Saverio Petagna

Prima di entrare nell'argomento chiediamoci: cosa intendo io per amore e in particolare come intendo io l’amore a Dio? Perché se non abbiamo chiara questa idea in noi, possiamo andare a cercarla nella vita di qualcuno che ha vissuto tanto tempo fa e di cui abbiamo esperienza attraverso una conoscenza soprattutto intellettiva anche se accompagnata da quella affettiva che si è andata rafforzando nel corso degli anni.
Lasciamo che queste due domande ci accompagnino durante la riflessione perché attraverso quanto ascolteremo su Mons. Petagna possiamo, alla fine, poter dare a noi stesse una risposta che scaturisce da una maggiore consapevolezza.

Il comandamento dell’amore:

Iniziamo questa nostra riflessione dalla risposta che Gesù diede allo scriba che gli domandava quale fosse il comandamento più grande (Mc 12, 28): “Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.” (Mc 12, 29-30).

Rileggendolo nelle sue varie parti chiediamo a Mons. Petagna cosa significa avere Dio come Unico Signore e amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze? Attraverso i suoi scritti e la sua vita proverremo a egli era riuscito a far suo questo comando, ad accogliere l’Amore e a ricambiarlo. Tutto questo ci aiuterà a comprendere meglio la qualità del nostro amore, perché, se è vero che ogni figlio ha delle caratteristiche che appartengono anche al Padre, è necessario fare l'esame del DNA per controllare la misura in cui, ognuna di noi, sua figlia, ha assorbito queste peculiarità.

“Il Signore nostro Dio è l’unico Signore”:
Il Signore aveva dato questo comandamento siglando l’alleanza col popolo eletto, quel popolo che ad ogni difficoltà gli voltava le spalle, quel popolo che non riusciva a fare proprio l’amore gratuito e disinteressato che gli veniva donato giorno per giorno tra gli inconvenienti del lungo viaggio nel deserto (Dt 6,5).

Anche Mons. Petagna, come d’altronde ogni uomo, ha dovuto affrontare il suo viaggio nel deserto della vita incontrando anch’egli tanti ostacoli e contrarietà. Ci basti pensare alla sofferenza in famiglia già in tenerissima età a causa dei lutti, alla malattia che lo costringe a interrompere gli studi, alle difficoltà economiche per essere ammesso agli ordini, alla salute sempre malferma, al colera in diocesi quasi immediatamente dopo il suo insediamento, alle incomprensioni e accuse da parte di coloro che avrebbero dovuto invece sostenerlo, alle divergenze con le monache della Pace, con il Raffone, con i sacerdoti liberalisti che lo indussero a servirsi della sua autorità e a sospendere qualcuno a Divinis per salvaguardare la fedeltà alla Chiesa, e poi all’esilio, di nuovo il colera in diocesi mentre lui era lontano, il rifiuto a poter tornare tra il gregge lui affidato per sostenerlo in questa ulteriore prova, … ce n’è insomma abbastanza per scoraggiare o demoralizzare, per far vacillare la fede di chiunque, ma il nostro vescovo è convinto che “gli uomini giusti non avranno mai di che temere tenendosi strettamente a Dio uniti [...]” (lo scriveva nell’Istruzione pastorale Vita del cristiano del 1875 (p. 91). dopo che molte di queste tribolazioni erano già passate
 
E’ dunque dalla stretta unione con Dio che egli ha tratto la forza e il coraggio per restare sereno e infondere pace anche in coloro che si appoggiavano a Lui. All’inizio del suo ministero episcopale aveva affermato, nell’introduzione alla sua prima lettera pastorale (del 1850), “in Dio confida l’anima mia, che tutte le cose mi son possibili in Colui che mi dà conforto; e son certo che cominciata la buona opera, Egli la perfezionerà”, sapeva però che l’uomo è debole e capace anche di non lasciare agire in sé la grazia di Dio così che chiede preghiere al popolo che gli era stato affidato: “Tutti insieme, o fedeli, aprite i cuori vostri al cospetto di Dio, e pregatelo istantemente che col suo potente aiuto io possa fare il bene, ed Egli sia l’aiuto mio, la mia speranza, il mio Salvatore e la gloria mia”

A noi, sue figlie spirituali, scrivendo a Madre Adelaide Sanniola il 6 gennaio 1877, raccomandava: Fate a gara nell’avanzamento dell’amore di Dio. A questo si giungerà facilmente colla pratica e sentimento interno del disprezzo di se stesso, su di cui vi detti un libricino d’oro, che dovreste studiar bene ed approfondire sempre più”.
In nessun altro ha confidato, a nessun altro si è affidato se non all’Unico Signore. “Dio è la causa ultima che ha dato l’essere all’uomo; Dio è il custode che glielo conserva; Dio è il fine a cui deve rapportarsi” scrive nell’istruzione pastorale del 1875.

E' un amore che soffre per l'amato, infatti ed è palesemente rattristato nel prendere coscienza che “quella venerazione, quel rispetto, quel culto che l’uomo cristiano rifiuta al suo Dio, li concede ad altre cose create, formandone altrettanti idoli ai quali attacca il suo cuore” . Se potessimo rivolgergli la stessa domanda che frate Leone fece a Francesco, quando lo sentì piangere nella foresta: “Perché piangi, Frate Francesco?” ne avremmo certamente la stessa risposta: “L’amore non è amato, l’amore non è amato”! Scrive infatti, nel 1875, rivolgendosi ai fedeli della diocesi: “A compensare, figliuoli dilettissimi, alcun poco questo Divin Cuore tanto amabile ed amante, ma non amato come dovrebbe esserlo, anzi oltraggiato specialmente nel Divin Sacramento d’Amore, applichiamoci con vivissima fede ad assistere il più che possiamo al gran sacrificio incruento sugli altari, ad immedesimarci spesso con lui colla santa comunione nel Sacramento Eucaristico ben purgati nell’anima, ed a fargli spessissimo visita nascosto nei sacri tabernacoli e pagargli l’ ossequioso tributo di riconoscenza e d’amore. E qui non possiamo resistere al pensiero d’allegare un tratto che farà bene alle anime. Gesù è insiememente in Cielo col Padre suo, ed è sulla terra con noi. O invenzione ammirabile dell’amore! La gloria tutta del Cielo non avrebbe potuto appagare il Cuor di Gesù, se non avesse potuto possederla che a costo di separarsi da noi. O abisso di amore!”. VdC, 94-96.

L’amore di Mons. Petagna per il Signore è dunque un amore attinto ai piedi della croce e dell’Eucarestia, come vedremo anche più avanti.

Il comandamento continua con un imperativo:

Amerai , che Dio rivolge all’uomo, non come costrizione, né come un obbligo che non lascia libertà di scelta, bensì come invito ad accogliere il dono di grazia che gli viene offerto: “Il Signore tuo Dio circonderà il tuo cuore … perché tu ami il Signore tuo Dio” leggiamo in Dt 30, 6.

E’ consapevole, Mons. Petagna del dono di grazia fatto ad ogni uomo, lo afferma anche nell’introduzione alle nostre regole: “Iddio profuse – nell’anima dell’uomo - tale abbondanza di grazia, da metterlo a parte della sua divina natura” (RR 1) e poiché “Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,16), ogni uomo che resta unito a Dio, ha in sé l’Amore divino. Il precetto di amare non è quindi un violare la libertà, ma un’ esortazione a usufruire di questa abbondanza di grazia che ci rende partecipi della natura divina e di farlo:

con tutto il cuore e con tutta l’anima: cioè in modo totale senza mezze misure.
Come l’innamorato pone la persona amata al centro della sua vita e costruisce con lei una relazione di familiarità e intimità così "pieno il cuore d’illimitata fiducia in Dio – esorta il vescovo Petagna- riducetevi spesso a pie’ degli altari a gemere a piangere a pregare: se sapeste i tesori infiniti che sono compresi nel Sacro Tabernacolo, in quella prigione d’amore in cui sta rinchiuso Gesù Cristo. Egli fa le sue care delizie lo starsi nascosto in quel piccolo ricetto per tenerci in sua compagnia e farci ricchi delle sue dovizie. Come Egli sulla terra cominciò la vita colla preghiera, con la preghiera la finì sulla croce e la preghiera è la sua incessante occupazione nei cieli per noi” IP 1864, 102-103

Con tutta la mente: Amare con tutta la mente significa per Mons. Petagna: “Il penetrare bene addentro la doppia conoscenza di Dio e di noi e potremmo dir meglio solo di Dio, perché in lui soltanto possiamo pienamente conoscerci, ci farà tenere a vile la terra guardando il cielo e ci farà rivolgere a Dio in cielo tutti gli affetti del cuore nostro” VdC, 75.
Il nostro fondatore era un uomo di cultura che alimentava il suo amore per Dio attraverso la conoscenza e l’approfondimento non solo della Parola che faceva sua per poi spezzarla ai fratelli, ma anche e soprattutto del Mistero Eucaristico, senza tralasciare l’aiuto che poteva venirgli dalle altre virtù. Scrive infatti (Istruzione pastorale Vita del cristiano 1875): “la fede è più nel cuore che nell’intelletto; oppure è nell’intelletto insieme e nel cuore; nell’intelletto per farlo credere amando, nel cuore per farlo amare credendo; e se il principio ne è la grazia, la forma e l’alimento ne è l’amore [perciò per la vita cristiana] la fede non è l’effetto del convincimento di un freddo raziocinio umano, ma del sacro fuoco dell’amore divino [che] va incontro con vero trasporto alla parola di Dio, all’insegnamento divino, manifestatogli per mezzo della Chiesa”.

Con tutta la forza: Amare con tutta la forza ha portato Francesco Saverio Petagna ad essere «Sordo alle voci che mi spingevano ad allontanarmi dalla Chiesa, confidatemi a reggere dallo Spirito Santo, fui duro al partirmi e mi tenni fermo fra voi». Era infatti sostenuto dalla convinzione che “Un cristiano che sia veramente radicato nella virtù sarà sempre saldo a tutto soffrire dagli uomini per amore del suo Gesù e si farà un pregio ed un vanto di dichiararsi a fronte levata suo leale seguace e fedele discepolo, per quanto avessero a beffarnelo i malvagi” VdC, 89.

L’amore del Petagna per il Signore, è stato un amore che ha coinvolto tutto il suo essere, un amore di donazione, di immolazioneNon manco di tener presenti tutti avendomi innanzi la vittima incruenta e così si rianima il coraggio allo spirito d’immolazione”, scriveva ai canonici della cattedrale nella lettera del 2 gennaio 1863.

E’ un amore che attinge ai piedi della Croce che contempla non con ribrezzo e rifiuto, ma col desiderio di abbracciarla per conformarsi all’Amato: “Immersi nella contemplazione dei consecutivi misteri del Salvatore Dio Infante, annientato e grondante sangue per noi, siamo avvertiti a tenerci meglio stretti alla Croce in questo nuovo anno” “Come cavarci salvi dalla procella se non afferrandoci all’ancora sicura della Croce?” scriveva ai canonici il 9 gennaio 1864.

E' un amore che incrementa nell’Eucarestia quando avremo nelle mani l’Agnello Divino immolato per noi preghiamolo con amore intenso che ci formasse vittime degne di lui. Ed è appunto quello cui mira Iddio nella persecuzione attuale” (lettera al capitolo cattedrale del 29 marzo 1866).

E' un amore che lo spinge a fermarsi a lungo davanti al tabernacolo e a spronare anche noi sue figlie a farlo: “la Vittima del Calvario nascosta poi nel Sacramento è la beata calamita che attira con soavità, forza e dolcezza tutti i pensieri della loro mente” RR, 31

E’ un amore alimentato nella preghiera, nel dialogo a tu per tu col Signore: “La preghiera è il pane quotidiano di cui debbe sostentarsi lo Spirito della Chiesa e di ogni fedele; è quella respirazione di cui si alimenta ogni giorno la nostra vita dell’anima” (Scienza Cattolica p. 593) e ancora nelle nostre Costituzioni Originali così si esprime: “Alimento indispensabile di devozione per le Vittime dei Sacri Cuori dovrà essere la preghiera in presenza di Gesù Cristo al quale esse tengonsi unite in ispirito e col cuore dappertutto ed in tutte le loro occupazioni”CC 6,8.

E' un amore rafforzato dalla Parola che è suo cibo quotidiano diventato essenziale da quando ebbe come “precetto di obbedienza” dal suo confessore di leggere ogni giorno un solo capitolo della Scrittura e dopo averla tutta percorsa di ricominciare da capo (come ci racconta di aver udito dalla sua voce, il canonico Catello Gambardella).

E’ un amore riconoscente e commosso per questo Dio che “avendosi misericordia dell’uomo, perché non brancolasse fra le tenebre dell’ignoranza e dell’errore, frutto di sua decaduta natura, mandò la sua immagine divina rivestita dell’immagine dell’uomo e così il verbo fatto carne apparendo tra noi, apparve la verità sostanziale e divina” (Lettera pastorale del 1864).

E' un amore umile che ha le sue radici nella consapevolezza delle sue debolezze e soprattutto della grandezza della grazia che il Signore riversa su di lui “Il Padre delle misericordie, e Dio di tutta consolazione, secondo la moltitudine di sua misericordia, usò compassione co’ piccoli, tenendo fissi gli occhi suoi su di me”(prima lettera 1850).

E’ un amore che lo rende forte e fermo nella via del Signore, nello stesso tempo accogliente e docile nei riguardi di chi lo ostacola e perseguita, convinto che il Signore non permette nulla che non sia per il bene dei suoi figli. Non cerca il consenso, anzi è ben consapevole che con la sua opera si attira noie, calunnie, sofferenze incomprensioni, condanne. Ma lui sa che tutto questo fa parte del percorso da farsi lungo la via del Calvario per arrivare alla croce e alla resurrezione.

E’ un amore che lo spinge a dar vita a noi, Vittime dei Sacri Cuori, perché possa perpetuarsi questo suo desiderio di immolazione e servizio: (Abbiamo ascoltato prima quanto ci dice nel numero 14 delle Regole: l'anima vorrebbe in corrispondenza di caldissimi affetti addivenire sempre più oltre, cosa tutta sua, nascondersi e perdersi interamente in Lui, spendere tutti i suoi giorni e dare la propria vita per chi dette la sua per lei, accrescere sempre più le fiamme interne dell' infocato suo cuore, essere incenerita vittima sul medesimo altare della croce, nascosta nel cuore di Gesù Cristo che è Vittima sacrificata dall'eccessivo amore per noi), ma aggiunge anche “Le anime generose e meglio rischiarate dalla viva fede hanno sempre lo sguardo fisso al loro amato Bene Crocifisso, ritraggono forza e dolcezza nello stare raccolte in quel cuore squarciato e quella mistica morte per essa è vera vita” RR, n. 28.

E’ un amore totale che gli fa dimenticare di se stesso per essere dono per gli altri, al servizio dei fratelli. “Non vi date pensiero di essere accetti agli uomini [...]. Ognuno tra voi si stimi l’ultimo e sia come colui che serve; giacché chi vi elesse in sua porzione venne appunto a servire” scriveva già nella Prima lettera pastorale). E così esortava i canonici dall’esilio: “Lo spirito della carità di Gesù vi chiama ancora ad altro sacrificio, e richiede ancora che con animo generoso facciate bene a coloro che vi fanno del male. Se siete perciò, figliuoli carissimi, malmenati, perseguitati, derisi dai vostri traviati fratelli, lungi dal prorompere in lamenti ed invettive contro il malvagio fissate lo sguardo sul sangue di Gesù Cristo sempre pronto a tergere le iniquità di questo prodigo figliuolo, e vendicatevi dei vostri nemici coi benefici con la preghiera con l’amore” (Istruzione pastorale 1864) .

Questo amore totale per il Signore lo fa uscire da se stesso per andare incontro all’altro. E’ un amore esclusivo e inclusivo al contempo. Esclusivo perché come abbiamo visto ripone tutta la sua fiducia nell’Unico Signore, ma anche inclusivo perché Francesco Saverio accoglie ogni uomo come creatura di Dio e non si dà pace, non si ferma finché non riesce a tendere la mano al fratello in difficoltà... (a questo punto credo che parafrasando ciò che gli Ateniesi dissero a San Paolo nell’areopago, voi mi direte: su questo ascolteremo sr Veridiana la prossima volta).
Il Signore ci conceda di amarlo intensamente, di vero cuore, con tutte noi stesse, senza remore e riserve così come ci ha indicato anche il nostro Padre fondatore.
Pace e bene a tutte nei Sacri Cuori di Gesù e Maria