Riflessioni

Chiamate alla comunione - I parte (di sr Giovanna Paola)

Tema del nostro ritiro è la comunione e domani inizia la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: essere riuniti nella tua mano”(Ez 37,17).
Riflettendo sul nostro argomento, vogliamo anche pregare perché tutti i cristiani, e nel piccolo, la nostra comunità sia “una cosa sola in Dio” perché è Lui la fonte dell’unità. Diamo il nostro contributo all’unità della chiesa, se viviamo l’unità nella nostra fraternità. Ma cerchiamo di capire a quale comunione il Signore ci chiama.
Dio ci chiama alla comunione con sé e con i fratelli, perché la SS. Trinità è comunione. E partecipare alla vita trinitaria vuol dire partecipare alla sua stessa dinamica d’amore.
Nella DV 2 il Conc. Vat. II ci dice: “Dio, nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”, e lo stesso Gesù ha considerato i suoi discepoli, amici: “non vi chiamo più servi, ma amici, perché vi ho fatto conoscere tutto quello che ho udito dal Padre” (Gv 15,12-13).
Il Signore Gesù prega il Padre, perché “tutti siano uno come anche noi siamo uno” (Gv 17,21-22), ponendo come termine di paragone dell’unione fraterna, l’orizzonte alto dell’unione delle tre Persone Divine.
Nella dinamica dell’amore trinitario, si trova il più alto modello di comunione nei rapporti fraterni, la Trinità appare allora origine e fondamento della comunità.
Guardiamo, quindi a questo amore che circola nella Trinità per capire quale deve essere la conoscenza tra di noi, la reciproca accoglienza, l’amore scambievole, la consapevolezza dell’ appartenenza.
La reciproca donazione e accoglienza delle Persone Divine, rimane sempre il modello della nostra unità: la partecipazione alla vita divina fa sì che Dio possa penetrarci e farci uno, cioè, partecipando dell’amore di Dio, è possibile la reciprocità dell’amore scambievole che ci fa essere misteriosamente l’uno nell’altro.
Gesù dona ai discepoli il comandamento nuovo: “Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Gv 15,17). Ecco un altro termine di paragone: con l’amore di Cristo, un amore esigente e totale, disposto a donare la vita.
Questo è possibile solo perché innestato nella vite nuova che è Cristo. In Lui, l’uomo redento può amare l’altro uomo come Cristo lo ha amato, perché in colui che ama vive Cristo e nell’altro uomo che è da lui amato, vive lo stesso Cristo.
Cristo che è in me, ama Cristo che è in te.
Come nel rapporto tra il Padre e il cristiano, Cristo è il centro e il mediatore, realizzando la comunione dell’uomo con Dio, così è sempre Cristo ad essere centro e mediatore tra i fratelli che si amano nel suo stesso amore.
Come dice la LG 1 La Chiesa appare “un sacramento o segno dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. E la vita consacrata è chiamata a rendere visibile e ad essere profezia della comunione che tutta la Chiesa è deve vivere e alla quale tende come meta finale.
“Con l’amore di Dio diffuso nel cuore per mezzo dello Spirito Santo, la comunità come una famiglia unita nel nome del Signore, gode della sua presenza” (Pc 15).
Essa è inabitata dalla presenza del Signore e del suo Spirito che la guidano verso il Padre.
Mons. Petagna, delineando il ritratto delle vittime, sottolinea l’unione a Gesù-Vittima e l’unione fraterna.
“Unite di cuore il più che possono a Gesù, morte a tutto, da povere, da obbedienti, da caste, strette da forte vincolo d’amore fra loro… si perdono interamente in Dio con l’amore, perché Iddio operasse in loro il bene pei prossimi con la carità”(RR51).
Gesù, il Verbo di Dio, è venuto a rivelare il volto del Padre, che è unità, comunione d’amore.
“E’ piaciuto a Dio, nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà(Ef 2,9) DV 2.
“Dio, alla fine nei nostri giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio( Ebr 1,1-2).Mandò infatti il suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio. Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini, parla con parole di Dio e porta a compimento l’opera della salvezza” DV4.
Gli uomini, attraverso Cristo “hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura”(Dv 2).
Ogni presenza di Cristo è una kenosi, uno svuotamento.
“Gesù Cristo non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo…e umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce” (Fil 2,6-8).
Anche la Parola è una presenza kenotica che denota la grande umiltà di Dio, che non solo vuole rivelarsi all’uomo, così com’è, svelare il suo volto, ma addirittura si lascia racchiudere in pochi sostantivi: amore, misericordia, perdono, gratuità.
La Parola, non solo rivela il volto di Dio, il suo amore gratuito e misericordioso, ma “rivela l’uomo all’uomo”, toglie le maschere, scardina le sicurezze se ci lasciamo interrogare, mettere in discussione dalla Parola, se lasciamo che essa sia per noi una “spada a doppio taglio”, che penetra nel nostro intimo e separa ciò che è da Dio e ciò che non lo è.
Di fronte alla Parola che scruta il mio cuore scopro le mie nudità, come Adamo ed Eva, ma Dio non lo fa per svergognarmi, ma per mettermi davanti il mio volto ferito dal peccato, ma che vuole guarire solo se non cerco di coprirlo con una falsa verità per giustificarmi o addossare le colpe all’altro: “è stata la donna che tu mi hai messo accanto”, dice Adamo, quasi dando la colpa anche a Dio. “ Se quella consorella non si comportasse così, se non fossi in quella comunità…se…se…se…sarei diversa”.
Non stare a puntare il dito contro l’altra, nascondendo a te stessa le tue responsabilità!
Nell’incontro con Gesù, la samaritana si vede scoperta: “ vedo che sei un profeta”, ma non fugge dalle sue responsabilità, si lascia scrutare fino in fondo, lascia fare verità su se stessa, lascia che Gesù scardini le sue sicurezze, allora nasce in lei il desiderio di quell’acqua viva e la chiede a Gesù, il quale, da vero Maestro, cerca di portarla gradualmente alla verità. Gesù scardina ciò che è costruito senza fondamento solido, cioè sulla sua vita ambigua, per costruire sulla pietra angolare che è lui stesso, la sua Parola che è via, verità e vita.
La samaritana si fa allora missionaria, corre ad annunciare l’incontro che ha dato speranza alla sua vita, non ha più paura della critica degli altri, non ha paura di farsi vedere così com’è alla luce del giorno, perché Qualcuno ha cambiato la sua vita.

Chiediamoci: Qualcuno ha cambiato la mia vita?
Lascio che la Parola di Dio scardini le mie sicurezze e riveli a me stessa quello che realmente sono, in positivo e in negativo?
Mi lascio togliere la maschera del mio perbenismo per farmi guarire?
Tolgo il velo dalle mie fragilità, dalle fragilità della mia comunità, non per rinfacciare o distruggere, ma per costruire insieme una fraternità secondo il cuore di Dio?
Ricordiamoci che per guarire il mio volto sfigurato dal peccato e il volto della mia fraternità, segnato dalla fragilità di ciascuna, Gesù ha permesso che il suo Volto Santo fosse sfigurato dal sangue, dalla polvere, dal sudore, che fosse oltraggiato dagli sputi,che fosse segnato dalle piaghe della corona di spine.
Gesù non ha coperto il suo volto perché io non debba vergognarmi del mio e di quello delle mie sorelle.


Alcune domande potrebbero essere utili per la nostra riflessione:
Nella nostra fraternità:
-ci amiamo come Gesù ci ha amati, fine a dare la vita?
-ci conosciamo, ci accogliamo reciprocamente, donandoci il perdono e l’aiuto scambievole?
- sentiamo l’appartenenza alla nostra famiglia religiosa, alla fraternità nella quale il Signore ci chiama a vivere?
- sappiamo essere dono l’una per l’altra?
-sono consapevole che nella Chiesa come consacrata, sono chiamata ad essere personalmente e comunitariamente segno dell’amore e della comunione della SS. Trinità?
Vogliamo ora ringraziare il Signore per tanto amore che ha riversato su ciascuna di noi e per il dono della fraternità. L’amore di Dio è comunicato a noi attraverso il Figlio. Anche noi vogliamo comunicarci l’un l’altra le meraviglie che il Signore compie nella nostra vita, con semplicità e umiltà per lodare insieme il Signore e riconoscere che siamo amate da Lui, nonostante il nostro peccato.

sr Giovanna Paola
17.01.2009