Riflessioni

Riflessione su RR 20

 Un cuore così acceso, per lo spirito di Gesù Cristo che lo investe e spinge, corre per tutto …

Nulladimeno mentre la fiamma di questo fuoco che consuma, essendo Iddio chiamato da Mosè "fuoco divoratore» (Deut. IV,24) non giunge alla sua sfera nei cieli, non potrebbe starsene pigra e neghittosa sulla terra; abbisogna di continuo pascolo attorno a sé, onde secondo il divino beneplacito, non andasse mai spento sull'altare del cuore (Lv. VI, 5-6). Questo fuoco perpetuo come volevalo Iddio, per mantenersi sempre vivo e gagliardo va in cerca di perenne alimento nella cerchia dei prossimi che gli sono dattorno, per poi tornar nuovamente ad attingere forza al suo centro che è Dio. Un cuore così acceso, per lo spirito di Gesù Cristo che lo investe e spinge, corre per tutto ove trova nelle creature umane interessi di Dio da difendere, gloria di Dio da zelare, voleri divini da compiere. (RR 20)
“Bisogna essere fuoco, siate fuoco …” Così ci esortava il Vescovo di Assisi all’inizio dell’assemblea diocesana. Anche il nostro amato e venerabile Fondatore ci invita ad essere fuoco ed avere un cuore acceso per lo spirito di Gesù Cristo.
Il fuoco per noi è ormai una cosa tanto comune da non dargli importanza e non pensare a cosa ha rappresentato nell’evoluzione dell’uomo. Presso alcuni popoli era talmente importante che veniva adorato.

In Es 3,2 leggiamo “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco , ma quel roveto non si consumava.”
Dio al popolo di Israele appariva sempre tra il fuoco segno di potenza.
Es 13, 21 Il Signore marciava alla loro testa di giorno in una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte.
Es 19,18 Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace; tutto il monte tremava molto.
Dt 4,24 Poiché il tuo Dio è un fuoco divoratore, un Dio geloso.
Lv 6,5-6 Il fuoco sarà tenuto acceso sull’altare e non si lascerà spegnere. Il fuoco deve essere sempre tenuto acceso sull’altare e non si lascerà spegnere.
La definizione più bella del fuoco la troviamo nel Ct 8,6 “mettimi come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore.”

Quanto fuoco nella Parola di Dio!

Si tratta di un fuoco che ha perso le sue caratteristiche distruttive, un fuoco che non fa del male; ed in questo fuoco appare il Signore. Si tratta del fuoco di Dio. In questo fuoco il Signore parla e purifica. È interessante il fatto che il fuoco era sempre acceso nel Tempio di Gerusalemme. Questo fuoco diventa addirittura il simbolo di Dio stesso: “ Perché il nostro Dio è un fuoco divoratore (Eb 12,29).

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse acceso”. (Lc 12,49).
Dai passi precedenti che ho citato capiamo che il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra è prima di tutto la sua Parola che brucia il cuore e che purifica.

In effetti “voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”(Gv 15,3). La Parola che non si può contenere nel cuore, come è successo per il profeta Geremia.

Tra le righe sentiamo una certa violenza che è espressa nel vangelo di Luca dal verbo greco “balein” che non significa solo “ portare” ma letteralmente “lanciare” “gettare”.

Nel cuore della sua predicazione, Giovanni Battista fa questa promessa: “Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di portargli i sandali, egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.” (MT 3,11).
Perché “ Spirito Santo e fuoco”? Forse perché questo fuoco è la Parola di Dio, oppure per insistere su questo Spirito Santo che è anche fuoco.

L’evento della Pentecoste in cui scende il fuoco sulla Chiesa nascente ci mostra chiaramente il legame strettissimo tra Parola e Spirito. Ed è proprio questo fuoco della Parola e dello Spirito che Gesù ci manda a “lanciare” dappertutto. E come vorrebbe che fosse già acceso. Sicuramente è già acceso da quando Gesù ha pronunciato queste parole ma si deve ancora accendere in tanti cuori …

Non scoraggiamoci nel portare questo fuoco perché i cuori sono aridi, senza acqua da tanto tempo, e basta una scintilla per far divampare un incendio come succede in tempo di siccità.
Dunque è questa la missione di Gesù: gettare il fuoco sulla terra, portare lo Spirito Santo con la sua forza rinnovatrice e purificatrice. Lo Spirito Santo in noi agisce con l’amore, diffondendolo in noi. Quell’amore che noi, per suo desiderio, dobbiamo mantener acceso nei nostri cuori.

Com’è questo amore?

Non è terreno , limitato; è amore evangelico. È un amore che non attende nulla dagli altri ma ha sempre l’iniziativa, ama per primo.

È un amore che si fa uno con ogni persona: soffre con lei, gode con lei, si preoccupa con lei, spera con lei. Un amore per il quale si ama Cristo nel fratello e nella sorella. L’amore è come un fuoco, l’importante è che rimanga acceso. E, perché ciò sia, occorre bruciare sempre qualcosa. Anzitutto il nostro io egoista e lo si fa perché, amando, si è tutti protesi verso l’altro.
Un fuoco acceso, anche se piccolo, se alimentato, può divenire un grande incendio; quell’incendio di amore, di pace, di fraternità universale che Gesù ha portato sulla terra. Dunque è questa la missione di Gesù e quindi anche la nostra: gettare il fuoco sulla terra, portare lo Spirito Santo con la sua forza rinnovatrice e purificatrice.

Portiamo ovunque questo Fuoco, senza risparmio di energie, di tempo, senza scuse e paure perché in ogni parte della terra possa divampare l’amore di Dio. Dobbiamo testimoniare l’amore del Signore che ci brucia dentro. “ Il cuore della nostra vita di missione di annuncio è Cristo, il suo amore deve spingerci, la sua stessa ansia di dilatare il Regno del Padre suo deve darci coraggio.

La nostra missione sta nell’amore, nel dispensare agli altri la misericordia del Cuore divino del Signore, nell’accogliere in ogni cuore la fiamma della divina carità che il Risorto ci ha donato e continua a donarci incurante delle nostre deboli forze. Il discepolato fiorisce in missione solo se siamo consumate dall’amore per Cristo vittima.”

Per essere consumate da questo amore dobbiamo avere un cuore acceso, “Un cuore così acceso, per lo spirito di Gesù Cristo che lo investe e spinge, corre per tutto ove trova nelle creature umane interessi di Dio da difendere, gloria di Dio da zelare, voleri divini da compiere. “
Possiamo correre, il nostro cuore può correre dappertutto solo se alimentato dalla preghiera costante e perseverante. Per parlare con il Signore dei signori, non si richiede nulla, soltanto un po’ di buona volontà e un po’ di amore. Possiamo parlare con il nostro Dio sempre, in ogni momento e dovunque ci troviamo, nei momenti facili e difficili della vita, di giorno e di notte, nella solitudine o nel frastuono del mondo, ma soprattutto nel silenzio del cuore, laddove si sente di più la sua voce.

La preghiera è veramente l’inizio della nostra trasformazione, l’uomo è chiamato alla trasformazione di tutto il suo essere per poter fruire della gloria di Dio.

Sorge in noi un interrogativo ma come facciamo a correre se le ossa si stanno consumando? Le ossa si ma il cuore non si consuma palpita sempre di amore, di qualcosa che non può rimanere prigioniero ma deve venir fuori e invadere prima chi mi sta accanto e poi tutti coloro che ci circondano; il cuore può correre quindi non abbiamo giustificazioni, siamo chiamate tutte ad essere discepole missionarie misericordiose. «Amare significa viaggiare, correre con il cuore verso l’oggetto amato. Dice l’Imitazione di Cristo: chi ama, corre, vola, è lieto».
Siamo chiamate a spendere le nostre energie per il regno di Dio e solo se abbiamo un cuore che palpita.

Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,15-16). Qui ci viene svelato il cuore orante di Gesù, il suo cuore filiale e fraterno. Questa preghiera raggiunge il suo vertice e il suo compimento sulla croce, dove l’invocazione di Cristo fa tutt’uno con il dono totale che Egli fa di se stesso, e così il suo pregare diventa per così dire il sigillo stesso del suo donarsi in pienezza per amore del Padre e dell’umanità.

A Pentecoste lo Spirito Santo si manifesta come fuoco. La sua fiamma è discesa sui discepoli riuniti, si è accesa in essi e ha donato loro il nuovo ardore di Dio. Si realizza così ciò che aveva predetto il Signore Gesù: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Gli Apostoli, insieme ai fedeli delle diverse comunità, hanno portato questa fiamma divina fino agli estremi confini della Terra; hanno aperto così una strada per l’umanità, una strada luminosa, e hanno collaborato con Dio che con il suo fuoco vuole rinnovare la faccia della terra. Com’è diverso questo fuoco da quello delle guerre e delle bombe! Com’è diverso l’incendio di Cristo, propagato dalla Chiesa, rispetto a quelli accesi dai dittatori di ogni epoca, anche del secolo scorso, che lasciano dietro di sé terra bruciata. Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (cfr Es 3,2).

E’ una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore.

Care sorelle, abbiamo sempre bisogno di sentirci dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi amici: “Non abbiate paura”. Come Simon Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle debolezze umane.

Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente. Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo! Il dolore che ci procura è necessario alla nostra trasformazione. E’ la realtà della croce: non per nulla nel linguaggio di Gesù il “fuoco” è soprattutto una rappresentazione del mistero della croce, senza il quale non esiste cristianesimo. Perciò, illuminati e confortati da queste parole di vita, eleviamo la nostra invocazione: Vieni, Spirito Santo! Accendi in noi il fuoco del tuo amore! Sappiamo che questa è una preghiera audace, con la quale chiediamo di essere toccati dalla fiamma di Dio; ma sappiamo soprattutto che questa fiamma – e solo essa – ha il potere di salvarci. Non vogliamo, per difendere la nostra vita, perdere quella eterna che Dio ci vuole donare.

Abbiamo bisogno del fuoco dello Spirito Santo, perché solo l’Amore redime. C’è una passione nostra che deve crescere dalla fede, che deve trasformarsi in fuoco della carità. Gesù ci ha detto: Sono venuto per gettare fuoco alla terra e come desidererei che fosse già acceso. Origene ci ha trasmesso una parola del Signore: «Chi è vicino a me è vicino al fuoco». Il cristiano non deve essere tiepido.

L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo. La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore, fiamma che realmente accende il mio essere, diventa grande passione del mio essere, e così accende il prossimo. Questo è il modo dell’evangelizzazione: che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta.

Auguro a tutte e a me di diventare “fiamma della divina carità” così come lo è stato il nostro venerabile e amato fondatore.