Riflessioni

Riflessione su RR 31

 “Per loro la Vittima del Calvario, nascosta poi in sacramento, è la beata calamita che attira con soavità, forza e dolcezza tutti i pensieri della loro mente, come tutti gli affetti del loro cuore.” (RR 31)

Sicuramente, con queste affermazioni, il fondatore esprime la sua intensa spiritualità, la sua forza interiore, il suo coraggio che gli vengono dalla contemplazione della Croce, dalla celebrazione eucaristica, dalla preghiera di adorazione e per questo può dire: “Immersi nella contemplazione dei consecutivi misteri del Salvatore Dio Infante, annientato e grondante sangue per noi, siamo avvertiti a tenerci meglio stretti alla Croce in questo nuovo anno” e ancora il 27 gennaio 1861 così scrive al Capitolo cattedrale: Questa miserabile natura schiamazza e grida forte ad ogni semplice stretta del torchio della croce che è mano di padre amantissimo quella che colpisce e che sa bene, al bisogno, distillare il balsamo dove aveva distillata la mirra”. La sua esperienza di unione profonda col suo Signore il fondatore la trasmette a noi nelle Regole e al numero 31, si legge la naturale attrazione dell’anima verso Cristo; essa non può stare lontana dal suo Signore; Lui solo è la vita, l’acqua, la luce.

Già al numero precedente il fondatore esprime la sete dell’anima, che anela unicamente alla celeste ed eterna unione, dove non sarà più pericolo di affievolirsi la fiamma dell’amore, né più timore di separarsi da quella beatitudine che godrà immensa e durevole pei secoli eterni coll’amato suo Sposo. L’amore spinge le vittime a giacere sotto l’ombra dell’albero della croce e prendere parte alla sua spirituale unzione: vanno ripetendo con la Sposa dei Cantici: «All’ombra di Lui che avevo desiderato io mi assisi: il suo frutto al mio palato fu dolce»(Ct 2,3).
Stare con il Signore è vivere nella gioia e nella vera pace, nella dolcezza: Com'è dolce, Signore, abitare la tua casa! (Sal 83) L’anima amante è attratta dalla bellezza del suo Signore e come vien detto al numero 14 delle Regole l'anima vorrebbe in corrispondenza di caldissimi affetti addivenire sempre più oltre, cosa tutta sua, nascondersi e perdersi interamente in Lui, spendere tutti i suoi giorni e dare la propria vita per chi dette la sua per lei, accrescere sempre più le fiamme interne dell' infocato suo cuore, essere incenerita vittima sul medesimo altare della croce, nascosta nel cuore di Gesù Cristo che è Vittima sacrificata dall'eccessivo amore per noi.

Lasciamoci plasmare il cuore da queste parole donateci dal fondatore, scaturite dalla sua contemplazione di Cristo, Uomo–Dio infinitamente amabile ed infinitamente amante.

Nel meditare il numero 31 delle Regole è sgorgata in me la preghiera del salmo 62 che recita così:
“O Dio tu sei il mio Dio
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra deserta, assetata, senz’acqua”


Io sono terra arida, perciò l’anima ha sete di Dio. L’immagine che usa il salmista è un po’ difficile per noi che siamo abituati ad aprire il rubinetto da cui esce acqua in abbondanza, ma per il salmista che vive in una terra e in un tempo in cui l’acqua andava cercata e caricata sulle spalle l’immagine è molto efficace. È come se affermasse: Sono un vuoto che ha bisogno di essere riempito del Dio vivente. Sono prosciugato e morirò se l’acqua viva della grazia e della vita di Dio non verrà a rianimarmi. La sete ci mette in cammino; chi ha sete veramente, si muove in cerca di una sorgente, non se ne sta seduto e non si accontenta di qualsiasi liquido trovi.

La sete spinge a cercare: “Così nel santuario ti ho contemplato …” (Salmo 62,3).

Cosa significa cercare? Significa come affermava sant’Agostino, non smettere di camminare, perché “l’anima è inquieta finché non riposa in Dio”; significa sentire di non fare mai abbastanza, non accontentarsi di quanto già raggiunto; correre il rischio di percorrere vie nuove e faticose.

Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezze” (Is 12,3): a queste parole la Chiesa pensa quando fissa lo sguardo sul Cuore trafitto del Signore morente sulla croce. Uno sguardo pieno di compassione, intessuto di silenzio, carico della volontà decisa di penetrare nell’intimo del cuore di quella Vittima infinita (cfr. RR 8) che è Cristo, il figlio di Maria, Dio e uomo insieme, per gustare la dolcezza dell’amore di Dio e per nascondersi e perdersi interamente in lui (cfr. RR 8) così da versare e diffondere fra gli uomini le grazie della sua immensa bontà e della sua carità infinita (cfr. RR. 25).

Nel deserto del mondo moderno l'umanità assetata continua a gridare, come gli Ebrei a Mosè: Dacci da bere! Stiamo morendo di sete... È il grido che sale verso i governanti, verso le ideologie, verso la cultura. È il grido soprattutto rivolto alla Chiesa, alla vita consacrata: Dacci da bere!

Dov'è l'acqua viva che possiamo offrire a questi fratelli?

Ecco la tremenda nostra responsabilità!

Che cosa possiamo, sappiamo offrire alle immense attese degli uomini nostri contemporanei? E cioè: che ne abbiamo fatto del nostro battesimo?
Cristiani, dove avete messo l'acqua viva che vi è stata donata? Dove sono le vostre riserve?
Tremendo grido di accusa! Tremenda responsabilità! Nessuno di noi potrà accusare la sorgente. Cristo è e rimane la fonte inesauribile d'ogni dono, d'ogni grazia, d'ogni benessere vero, d'ogni autentica fecondità. Noi, siamo noi che abbiamo occluso i canali di trasmissione... Quando li riapriremo? Il mondo attende. Con ansia indicibile... Ebbene, eccoci qui, ancora una volta, vicino alla sorgente, vicino alla roccia da cui sgorga continuamente l'acqua viva: l'Eucaristia.

Per loro la Vittima del Calvario, nascosta poi in sacramento, è la beata calamita che attira con soavità, forza e dolcezza tutti i pensieri della loro mente, come tutti gli affetti del loro cuore.
Solo questa beata calamita nascosta in Sacramento può dissetarci soddisfare il bisogno della sete. Il nostro discepolato è la frequentazione continua della croce del Signore, la scuola che conduce a “penetrare nell’intimo del cuore della vittima divina” (RR 8) per assimilarne i pensieri e sentimenti, parole ed opere, intenzioni e forza. L’anima della discepola è modellata vittima dallo stesso Cristo vittima, è lui l’anima della sua vita, il respiro del suo respiro, la forza nella sua debolezza. Egli è “la beata calamita che attira con soavità, forza e dolcezza tutti i pensieri della loro mente, come tutti gli affetti del loro cuore”.

Il Signore vuole modellarci attraverso la familiarità con lui, donarci la sua parola per trasformarci, la grazia dei sacramenti per rinnovellarci a sua immagine e somiglianza. Egli vuole che lo seguiamo sulla via della croce, senza aver paura, ma sedotte dal sua amore che ci accende, come fuoco, della vita stessa di Dio carità. Cristo ci modella con il rimanere sempre con lui, orientando a lui quello che siamo ed abbiamo.

La nostra vita deve rifiorire, deve testimoniare l’amore ardente del Cristo, amore che non sta fermo ma è attivo, sempre proteso a donarsi perché l’umanità viva secondo la volontà del Padre. Siamo chiamate a correre nella sequela di Cristo, ad essere coraggiose e ricche di umanità, a lenire, con il balsamo della carità, le ferite che l’uomo porta nella propria carne. Per essere donne di carità dobbiamo sostare ai piedi dell’Eucaristia dove impariamo ad amare, a donarci silenziosamente e generosamente. Dobbiamo essere donne che vivendo nella preghiera, nell’ascolto della Parola, nella’adorazione eucaristica fanno splendere la viva immagine di Dio stampata in loro; donne che nella fraternità si accolgono, si amano, si perdonano.

Stare con Gesù, questa è l’essenza della nostra vocazione: Le Vittime debbono starsi tenacemente strette a questo Cuore, riempirsi fuor misura di quell’acqua celeste di cui Egli è la sorgente, e così diffonderne con abbondanza in seno ai loro simili.(RR 27) lo stare innanzi a questi in adorazione, che van facendo giorno e notte per turno secondo il disposto dai superiori, non è da dirsi un'opera dell'Istituto, ma l'anima che inspira e dà vita a tutte le opere di carità, alle quali piacerà a Dio d'adoperarle. E queste svariate opere in cui si eserciteranno a bene de' prossimi, non debbono considerarsi altrimenti che come un alimento continuato ed un caldo sfogo di quell'ardore che attingono dall'amoroso petto di quel Prigioniero d'Amore.(RR 32)

Stare innanzi a Gesù a questa “beata calamita” è riconoscere che Gesù è mio Signore, che Gesù mi mostra la via da prendere, mi fa capire che vivo bene soltanto se conosco la strada indicata da Lui, solo se seguo la via che Lui mi mostra

Quindi, adorare è dire: «Gesù, io sono tuo e ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia, questa comunione con te»

Nell'Eucaristia, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi; l'adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d'adorazione della Chiesa. Ricevere l'Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste.
Dobbiamo chiederci, sorelle, se veramente siamo unite sempre al Cuore divino del Signore, se con lui formiamo una cosa sola, se siamo strette a Gesù per essere plasmate dal suo Amore come cera che si scioglie al calore della sua luce.

Riusciamo nella nostra giornata a stare dinanzi a lui in adorazione, tenacemente strette a Gesù per riempirci, fuori misura, di quell’acqua salutare e celeste di cui egli è la sorgente?

Siamo convinte che non siamo noi che andiamo verso Dio, ma che è lui che ci attira,la beata calamita, al suo cuore e che ci trasforma?