Riflessioni

L’insopportabile pietà di Francesco Saverio Petagna per le sofferenze umane

  INTRODUZIONE

Per parlare del fuoco della pietà che ardeva nel cuore di Francesco Saverio Petagna e lo portava a soffrire con chi soffre, e a trovare le risposte concrete, adatte ad ogni umana sofferenza, ho voluto chiarire a me stessa il concetto di pietà.

Comunemente noi identifichiamo la pietà con la misericordia; diciamo: la pietà è un sentimento che spinge l’uomo ad amare e rispettare il prossimo, ma la pietà in senso teologico, prima di essere un sentimento verso i fratelli, è un dono dello Spirito Santo, che ci inserisce in un rapporto unico d’amore con il Padre.

In una preghiera lo invochiamo con queste parole:

“Vieni Spirito di Pietà
Infiammaci d’amore filiale verso Dio
E di carità fraterna verso il prossimo”

Questo dono ci comunica un attributo di Dio: l’ amore che parte dalle viscere di misericordia di Dio, che ci “partorisce” figli, per cui possiamo gridare: ” Abbà, Padre”. E’ Gesù che ci dice di rivolgerci a Dio chiamandolo “ Padre “ e questa parola esprime l’intensa pietà del suo cuore verso Colui che gli dice “Tu sei il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”. Gesù esprime al massimo grado la sua pietà e tenerezza filiale nel profondo abbandono che prova nel momento sommo del sacrificio della croce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
In Cristo si è posato in pienezza lo Spirito di pietà. Questa pietà del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre diventa la fonte e la sorgente della “pietà cristiana” per cui siamo figli nel Figlio. Lo Spirito del Padre e del Figlio, ci comunica la realtà più intima del Cuore di Cristo: lo stesso legame affettivo che unisce Cristo al Padre.

Quindi con il dono della pietà il cuore dell’uomo è spinto ad offrire al Padre un culto a lui gradito che non è fatto di esteriorità, ma di obbedienza filiale.: “mio cibo è fare la volontà del Padre”.

La più bella riconoscenza dell’uomo per questo dono è la lode e l’adorazione di un Dio tre volte santo, che si abbassa verso la sua creatura per sollevarla alla sua guancia come fa un padre con suo figlio.

La pietà poi, inclinandoci verso i fratelli, ci rende miti e accoglienti come il Cuore di Cristo e ci aiuta ad estendere la paternità di Dio su tutti i fratelli, e ce li fa amare come figli dello stesso Padre.

Vivendo intensamente questa “ pietà” nei confronti di Dio, nei nostri rapporti con gli altri saremo mossi dalla stessa tenerezza e dalla stessa dolcezza che abbiamo nei rapporti con il Padre, portando a compimento il culto gradito a Dio: un cuore che ama i fratelli perché figli dello stesso Padre.


1. LA PIETA’ NEL RAPPORTO CON DIO IN FRANCESCO SAVERIO PETAGNA
Questa pietà, come sentimento filiale verso Dio è stata molto forte nel Petagna, che ha vissuto intensamente la sua vita di unione con il Padre.

Nell’Istruzione pastorale sulla vita del Cristiano (pag 13 e 14) egli dice: La vera religione, a ben riflettervi, non è in fondo che amore. La fede è l’amore che attende…la preghiera è l’amore che si desidera, la pratica del bene è l’amore che si immola, la pietà e la devozione è l’amore che si trattiene con familiarità e confidenza con l’oggetto amato che è Dio, e tutto il culto cattolico non è che l’espressione dell’amore di Dio verso l’uomo diretta ad accrescere l’amore dell’uomo verso Dio.

Quindi il Petagna aveva ben chiara l’idea di pietà come “trattenersi con familiarità e confidenza con l’Amato”. Secondo la bella testimonianza di De Iorio, tutta la sua vita fu mossa da questa pietà che gli infiammava il cuore e tutto era ispirato da questo sentimento qualsiasi cosa facesse: o attendesse ai divini misteri o si mostrasse in pubblico o conversasse in privato. Dio era sempre la meta dei suoi pensieri, e tutto operava per lui e in lui. A questo fine soltanto spendeva il suo tempo; e ogni giorno l’alba nascente lo trovava assorto nella preghiera e nella meditazione delle verità eterne in preparazione al Sacrificio incruento, che celebrava con l’ardore di un Serafino (De Iorio “Elogio funebre per la traslazione delle ossa”pag 4).
La domenica delle Palme 1865 invia la sua lettera pastorale da Marsiglia e invita calorosamente i sacerdoti a innestare il cuore a Cristo, ad avere grande confidenza in Lui, a rianimare il coraggio, a gettare le reti in alto mare, a guardare sempre il Cuore di Gesù “cor altum” e quello di Maria Immacolata “mare magnum” .

L’amore per Dio, si manifestava nella sua vita nel tenere lo sguardo fisso alla croce , vivendo il mistero pasquale di immolazione in unione profonda con Cristo Vittima.
Comunicando la sua spiritualità alle vittime dei Sacri Cuori, dice nelle RR 28: La croce mette ribrezzo e fa paura agli uomini mondani, ed anche in parte alle anime deboli e poco illuminate, ma le anime generose e meglio rischiarate da viva fede hanno sempre lo sguardo fisso al loro amato Bene Crocifisso, ritraggono forza e dolcezza nello stare raccolte in quel Cuore squarciato, e quella mistica morte apparente per esse è vera vita.

La carità del Petagna ha maturato il fiore più bello dell’amore per Dio: la partecipazione al dolore di Cristo, l’offerta generosa dell’espiazione, l’ingresso ecclesiale nell’olocausto ed è questo spirito che consegna alle “vittime”: “ l’amore che bevono a larghi sorsi da questa fonte perenne (che è il Cuore di Gesù vittima d’amore) le rende ogni ora maggiormente bramose di concorrere con l’opera al bene delle anime per vederne grandemente glorificato Iddio” ( RR 48).

Le circostanze della vita del Petagna ci dimostrano che egli ha vissuto nella sua carne queste parole quando nel suo ministero episcopale ha sopportato incomprensioni e anche calunnie, quando, suo malgrado ha dovuto lasciare la sua diocesi, quando nella malattia si è stretto più forte a Cristo sulla croce, portando a compimento il mistero pasquale nella sua vita, distaccandosi da tutto ciò che era terreno e unendosi completamente al suo Dio “rimase come chi nulla perde e tutto guadagna, come chi è stato sulla terra solo di passaggio, come chi ha conosciuto gli uomini, ma solo in Dio” (Biografia del Sarnelli pag 8)

Lascia così in eredità alle sue figlie spirituali il suo esempio e la sua parola: la vittima brama solo di nascondersi e perdersi interamente in Lui, spendere tutti i suoi giorni e dare la propria vita per chi dette la sua per lei , accrescere sempre più le fiamme interne dell’infuocato suo cuore, essere incenerita vittima sul medesimo altare della croce, nascosta nel Cuore di Gesù Cristo che è Vittima sacrificata dall’eccessivo amore per noi (RR 14).


2. LA PIETA’ COME COMPASSIONE PER LE SOFFERENZE DEI FRATELLI IN FRANCESCO SAVERIO PETAGNA
Il suo cuore di pastore fu attento a tutti: seminaristi e sacerdoti, laici e religiosi, ammalati, poveri, infermi, giovani e anziani. Per tutti aveva parole di conforto e speranza. Scrivono di Lui: “Il suo cuore palpitò per tutto ciò che era degno di commiserazione. Si raccontano di lui tanti episodi gentili: padri disoccupati, vedove infelici, fanciulle traviate o diseredate, che ricorrevano a lui sotto il peso della sventura, scendevano dall’episcopio con un raggio di luce sul volto e nell’anima” (Longobardi “Echi di Stabia” 25 maggio 1953 pag 3). A tutti donava qualcosa, anche a costo di spogliarsi lui stesso del necessario e se proprio non aveva come soddisfare i loro bisogni, li appagava con il suo sorriso benevolo e paterno, tanto che nessuno se ne andava senza aver ricevuto qualcosa e sapendo che il cuore del loro pastore batteva di amore compassionevole per loro.

“Sentiva ripercuotersi nello spirito ardente le grida di dolore e le preoccupazioni di tutti, gli avvenimenti lieti e tristi dei suoi figli gli strappavano sorrisi e lacrime, compiacenze e compatimenti, paterna comprensione e carità amorevole” (Pomeriggio di fuoco p 72).
Il giornale “L’Aurora” fa un bel ritratto della carità del Petagna dicendo che il suo cuore generoso era formato sulla vera carità di Cristo. “Nel suo cuore vi fu sempre una corda che rispondeva a tutti i bisogni e a tutti gli eventi tristissimi della vita umana” e ” quale ape industriosa” non risparmiò nessuna fatica per chiedere aiuto e soccorrere i bisognosi.
Dei sacerdoti si sentiva il padre, nel conferire l’ordinazione (dice De Seta ) donava anche qualcosa del suo spirito, del suo sacerdozio, del suo carattere e si interessava personalmente delle loro condizioni spirituali e intellettuali oltre che di quelle materiali, con esercizi spirituali, aggiornamento di scienze ecclesiastiche, problemi sociali e pastorali, nuove metodologie nella presentazione del messaggio evangelico. Il palazzo vescovile era diventato la casa dei preti e dei poveri. (Pomeriggio di Fuoco p 50-51).

Sensibilizzò anche il laicato per una azione armonica di cooperazione all’opera salvifica delle anime. Diceva: “Operando conforme a verità, bisogna che tutti andiamo crescendo in carità in colui che è il Capo, ben connesso e solidamente collegato, attraverso tutte le giunture comunica l’attività proporzionata a ciascun membro, il suo accrescimento e si va edificando nella carità” (Pomeriggio di fuoco p 53).

Sentiva su di sé la sofferenza altrui e diceva: Deh! Venite in mio aiuto, sollevatemi da questo pesante fardello, tenetevi sempre con me accompagnati per portarlo. Vivete bene. Rianimate del vero spirito cattolico la vostra vita, e ridestatela a novello e più alacre cammino nella virtù e nella santità. (Pomeriggio di fuoco p 53-54).

La sua carità soccorreva senza umiliare, abbracciava e accoglieva tutte le sventure “nel suo amplesso pietoso”.

A chi gli suggeriva di limitare la sua carità benefica, per le scarse risorse economiche, rispondeva: “non posso, non mi regge il cuore voltar le spalle e chiuder gli occhi al miserabile e sarei pur capace nelle dure necessità di vender la sacra pisside per sovvenire l’indigenza: Charitas Christi urget me. I bisogni, le afflizioni, i dolori, le amarezze, le infermità dei figli sono tutte mie, tutte le sento una per una nel mio cuore addolorato” (dal giornale “L’Aurora”).
La sua carità non si spense anche di fronte alle contraddizioni, alle calunnie, alle incomprensioni e non dimenticò mai i suoi figli e quando dovette lasciare il suo amato gregge per l’esilio, raccomandava ai suoi diocesani di essere loro stessi di conforto e aiuto ai miseri, come faceva personalmente quando era tra loro.

Dall’esilio scrive nella Lettera Pastorale del 1864:
“ Era per noi dolcissimo aprire le nostre viscere e sollevare l’affamato, l’ignudo l’afflitto, allorché eravamo in mezzo ad essi. Ma giacché piacque al Signore separarci dai poverelli e si degnò di renderci uno di loro, ci rivolgiamo a voi, fratelli miei perché continuiate voi a spezzare all’affamato il pane, a ricoverare il povero e il ramingo, a rivestire l’ignudo ed allora per voi splenderà la luce della grazia, la giustizia vi precederà a liberarvi dagli inciampi e pericoli della vita finché il Signore vi accoglierà nella sua gloria.” ( Lettera pastorale da Marsiglia il venerdì Santo 1864).

In queste parole traspare la grande pietà del Petagna, unita a profonda umiltà.
Si nota la tenerezza dell’amore del nostro Vescovo che, a somiglianza di Dio, apre le viscere e genera, partorisce nuova vita all’affamato, all’afflitto, al povero.

Anche nella separazione dal suo gregge, vede la volontà di Dio, piacque al Signore separarci dai poverelli e quando poi Dio si è degnato di renderlo uno di loro, cioè quando lo ha reso solidale con il povero, vivendo nella sua carne il distacco da tutto, si rivolge ai suoi figli in Castellammare, perché loro stessi continuino la sua opera, o meglio l’opera che Dio realizzava attraverso le sue mani e il suo cuore di padre. Incoraggia i figli perché in questo modo entreranno nella gioia e nella gloria del Signore.


3. LE RISPOSTE CONCRETE CHE FRANCESCO SAVERIO PETAGNA DÀ ALLE SOFFERENZE UMANE
La pietà di Francesco Saverio Petagna non fu solo commiserazione per le sofferenze umane, ma seppe essere molto concreta nel trovare le risposte ad ogni esigenza.
La sua pastorale si rivolge a tutti per servire il Signore nella verità e cercare in tutto il suo piacere (lettera pastorale del 1850).

Molte sono state le istituzioni da lui volute per migliorare le condizioni di vita dei suoi diocesani.
Il suo cuore di padre non poteva vedere abbandonati i fanciulli orfani e fondò un ospizio intitolato a san Catello, per i fanciulli poveri e orfani.

Il 21 marzo 1852 scrive al Ministero dell’ interno dicendo: “Per mettere argine alla corruzione che minacciava di straripare, e per poter poi così meglio occuparmi dei mezzi di educazione morale e religiosa delle anime a me affidate, m’avvisava d’aprire un ritiro alle donne perdute nel vizio e poi pentite,dopo essermi adoperato a farle ravvedere. Lo stesso fece per le giovani prive dei genitori per un’epidemia di colera, che erano in pericolo di perdersi se non guidate e le affidò alle Figlie della carità, che chiamò dalla Francia anche per l’assistenza nell’ospedale.
Si fece portavoce presso le autorità comunali inviando a giugno 1852 una lettera per istituire “un Asilo di mendicità ove raccogliere i veri poveri del Comune per evitarsi che i medesimi vadano sprovveduti accattando per la città e nell’inverno d’essere ammessi nell’ospedale civile di San Leonardo” (lettera del 21 marzo 1852).

Tutte queste opere poggiavano sulla Provvidenza e sugli scarsissimi mezzi del vescovo e quando aveva bisogno di luoghi più ampi per accogliere le giovani che aumentavano di numero, inviò una supplica al Sommo Pontefice Pio IX per poter disporre di alcuni fondi della Mensa Vescovile.

La sua attenzione non fu soltanto per le povertà materiali della sua diocesi, ma anche per quelle spirituali e morali, infatti portò a Castellammare quell’opera che già svolgeva da giovane sacerdote a Napoli: le cappelle serotine, che sono la difesa della fede contro l’incredulità e l’eresia, “sono la salvaguardia delle famiglie contro il malcostume, delle mogli contro l’infedeltà dei mariti, dei figli contro il paterno abbandono” (Beneduce “Cenni storici delle cappelle serotine in Napoli”pag 7-18)

Perché il culto divino fosse praticato con fede e con decoro si adoperò alla costruzione di Chiese nella sua diocesi: di alcune benedisse la prima pietra, in altre eresse altari, altre fece restaurare. Una cura particolare per la Cattedrale, che ampliò e decorò, arricchì di arredi sacri e di artistiche statue del presepe, perché il popolo potesse rivivere anche attraverso questo la bellezza del mistero dell’Incarnazione.

Sapendo che non poteva da solo arrivare a consolare tutte le afflizioni, come un bravo direttore d’orchestra si impegnò che tutti suonassero il proprio strumento così istituì la Congregazione delle Missioni, intitolata a Maria Immacolata per l’evangelizzazione riunendo i sacerdoti secolari per l’istruzione dei fanciulli, il ricovero e l’assistenza dei poveri accattoni, ma anche se per le vicende politiche non ebbe vita lunga. Istituì confraternite secolari che raccoglievano persone di ogni ceto sociale.

Le sue cure particolari furono rivolte ai seminaristi, perché se ben formati, sarebbero stati buoni e santi sacerdoti. Nella sua prima lettera pastorale del 1850 si rivolge ai seminaristi e chierici in termini sentitamente paterni, direi anche materni (li sente nascere dalle sue viscere) : “Figliuoli dilettissimi… vi custodirò qual pupilla dell’occhio mio…Come novelle piante d’ulivo intorno alla mia mensa, voi siete la mia speranza, il gaudio e la corona di gloria. Vi porto io nuovamente nel mio seno, sino a tanto che sia formato in voi Cristo acciocché non sia la vita vostra come a caso, ma camminate in maniera convenevole alla vocazione a cui siete stati chiamati…il Padre del Signor nostro Gesù Cristo conceda a voi l’abbondanza della sua gloria, che siate corroborati in virtù secondo l’uomo interiore, per mezzo del suo spirito, e che Cristo abiti ne’ vostri cuori mediante la fede”.

Da vescovo dotto e studioso qual era, si interessò che fiorissero gli studi delle lettere e delle scienze, necessari per la formazione degli ecclesiastici e dettò anche una Regola del Seminario che riguardava l’ammissione, i doveri e gli impegni di seminaristi e maestri.
Nel Seminario fondò una tipografia per dare agli orfani un mestiere e lì si stampò anche il Catechismo di Pio V, perché ogni parrocchia potesse avere questo strumento per iniziare i fedeli alla perfezione della vita cristiana (Francesco Coppola, Lettera al Sindaco di Castellammare, 21 giugno 1872).

Il suo cuore di pastore fu sempre aperto ad ogni carisma suscitato dallo Spirito: durante il suo governo episcopale approvò le regole delle suore Compassioniste alle quali scriveva “figliole dilettissime, studiatevi sempre più di rendere sicura la vostra vocazione e la vostra elezione, per mezzo delle buone opere”.

Godeva quando le anime si consacrano a Dio, perciò riconobbe giuridicamente la fraternità delle Suore Alcantarine esortandole: “ricordate che avete rinunciato al mondo ed avete prescelto Cristo Signore” ( Fuoco di Pentecoste p 65-66).

Tutti e due questi Istituti avevano come scopo l’istruzione e l’assistenza ai poveri, e il Vescovo era ben felice di averle in diocesi, ma ciò non lo appagava. Era un mistico il Petagna e voleva infondere la sua spiritualità in anime che si dedicassero alle stesse opere, ma che lo facessero con lo spirito di immolazione. Fondò un novello Istituto scrivendo nelle Regole delle Vittime dei Sacri Cuori: “si perdono interamente in Dio con l’amore, perché Iddio operasse in loro il bene pei prossimi con la carità” (RR51).

Era la sua pietà, la sua unione profonda con Cristo Vittima d’amore, che voleva infondere in quelle giovani che il Signore chiamava alla più intima ed amorosa sequela di Gesù Crocifisso… per temperare le sue immense amarezze ( RR 8). E’ il suo amore appassionato per l’Eucaristia che vuole comunicare. Da essa trae forza e vigore e lascia loro come modello da seguire la Santa Famiglia di Nazareth, dove regnava sempre la volontà di Dio, che univa i cuori in uno solo (RR44).

Le invita, con una lettera il 6 gennaio 1875 ad offrire se stesse come i Magi offrirono i loro doni: “offrirono incenso, ecco la volontà offerta nell’ubbidienza; mirra, ecco la mortificazione dei sensi nella carità; oro, ecco lo spogliamento di tutto nella povertà, E poi finirono martiri di sangue e voi spero e ve l’auguro finirete vittime d’amore”.

Ancora in una lettera del settembre 1875 alle Vittime dei Sacri Cuori scrive che per una sua indisposizione non gli è stato possibile “ venire tra voi ad alimentare il sacro fuoco del divino amore…vi annunzio che cominceranno domani i prossimi esercizi spirituali… Non è sperabile unirvi al vostro sposo nella beata eternità, senza stringervi col medesimo sposo in quello sulla croce… Riflettete ancora che sebbene tutte le Religiose fossero tali, voi però siete chiamate e dovete essere particolarmente in pratica le sue Vittime per amore; né questo può aversi senza un continuo sacrificio di tutte voi stesse.

A Sr Adelaide Sanniola che era a Campobasso scrive: “ Coraggio nella via del Calvario. Fra di voi parlate spesso di cose spirituali. Fate a gara nell’avanzamento dell’amore di Dio. A questo si giungerà facilmente colla pratica e sentimento interno del disprezzo di se stesso. Quanto commuove l’idea del bellissimo Bambino Gesù donatoci da Dio e restituitogli da noi un Crocefisso tutto piaghe ed esangue pei peccati nostri”(lettera 6 gennaio 1877).

La pietà è per le anime forti, per cui vuole che le Vittime dei Sacri Cuori uniscano la pietà al coraggio “ coraggiose e animose s’avanzano per la via del calvario” ( RR 8 ) e poiché non si può essere unite a Cristo sulla Croce se non, pur consapevoli della propria debolezza, si confida nella forza che ci viene donata dallo Spirito Santo, abbandoniamoci con fiducia nelle sue mani.


CONCLUSIONE
Ringraziamo il Signore per averci donato in Francesco Saverio Petagna un chiaro esempio di vita offerta a Dio in docile abbandono all’azione dello Spirito Santo .

Invochiamo con fede lo Spirito chiedendo di far ardere in noi la pietà che infiammò il nostro venerabile Fondatore: la sua intima unione con Cristo nell’obbedienza filiale, la sua pietà compassionevole per il fratello piagato dalla sofferenza, che lo faceva soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce e, nella creatività dell’amore, trovare delle risposte alle aspettative dei fratelli più bisognosi.

Il Signore conceda a ciascuna di noi figlie di Mons Petagna di incarnare nella storia di oggi il carisma ricevuto da questo grande pastore e vivere con “un cuore acceso per lo Spirito di Gesù Cristo che lo investe e spinge e corre per tutto dove trova nelle creature umane interessi di Dio da difendere, gloria di Dio da zelare, voleri divini da compiere” (RR 20) e riversare sul prossimo bisognoso il “balsamo della divina carità” (RR 23). Facciamo nostro il desiderio di Mons Petagna che voleva “vedere accesa di nuove fiamme la casa delle Vittime dei Sacri Cuori” (lettera 6 genneio 1877).

Lo Spirito Santo ci conceda tutto questo a gloria di Dio e per il bene della Santa Madre Chiesa.