Fonti Francescane

La leggenda perugina

Traduzione di
VERGILIO GAMBOSO

Questa Leggenda antica di san Francesco – già proposta sotto la denominazione di Leggenda antica perugina (F. Delorme) e, più recentemente, sotto quelle di Fiori dei tre compagni (J. Cambell-N. Vian), di Scritti di Leone, Rufino e Angelo, compagni di san Francesco (R. Brooke), di Compilazione d’Assisi degli scritti di frate Leone e compagni (M. Bigaroni) –, ci è stata tramandata dal manoscritto 1046 della Biblioteca Comunale di Perugia. Si tratta di una «compilazione» messa insieme, nel passaggio tra il secolo XIII e il XIV, con materiali di provenienza e d’ispirazione diversa al fine di ricostruire una Leggenda sulla vita di Francesco che fosse più «antica» di quella «nuova» (Leggenda maggiore) di Bonaventura, recuperando i ricordi e le memorie che si dicevano discendere direttamente dai compagni del Poverello e che erano stati obliterati dal decreto capitolare del 1266.

Così com’è pervenuta, tale Leggenda antica non può essere identificata «tout court» con il «florilegio» di Greccio del 1246, ma ci riporta sicuramente delle testimonianze di un gruppo di persone particolarmente vicine a Francesco, e parte almeno del predetto «florilegio». E, in ogni caso, «un documento di sicura e straordinaria bellezza, d’indiscusso e indiscutibile valore biografico, proprio perché è pieno di una comunicativa semplice e suadente che lo costituisce, accanto allo Specchio di perfezione, uno dei testi più immediati e significativi rispetto ai gesti, all’operato, alle volontà di Francesco [...], sottolineati da una presenza e da una partecipazione umana dei compagni, concretamente e intensamente vissuta». In questa Leggenda, «al di là forse delle intenzioni stesse di chi ha messo insieme tanta dovizia di ricordi, c’è il Francesco con la diffusione e il peso crescente del suo movimento» (ibid., p. 255). Il nostro volgarizzamento segue, per il testo, l’edizione curata da M. Bigaroni, Compilatio Assisiensis, Porziuncola 1975, per la numerazione, quella segnata dallo scopritore e primo editore F. Delorme, La Legenda antiqua S. Francisci, nella sua seconda edizione, Parigi 1926. I titoli premessi ai ricordi, sono del traduttore.
 
PENITENZA E DISCREZIONE

1. Nei primordi dell’Ordine, quando Francesco cominciò ad avere dei fratelli dimorava con essi presso Rivotorto. Una volta, sulla mezzanotte, mentre tutti riposavano sui loro giacigli, un frate gridò all’improvviso: «Muoio! muoio!». Tutti gli altri si svegliarono stupefatti e atterriti. Francesco si alzò e disse: «Levatevi, fratelli, e accendete un lume». Accesa la lucerna, il Santo interrogò: «Chi ha gridato: Muoio?». Quello rispose: «Sono io». Riprese Francesco: «Che hai, fratello? di cosa muori?». E lui: «Muoio di fame».
Francesco, da uomo pieno di bontà e gentilezza, fece subito preparare la mensa. E affinché quel fratello non si vergognasse a mangiare da solo, si posero tutti a mangiare insieme con lui. Sia quel frate sia gli altri si erano convertiti al Signore da poco tempo, e affliggevano oltremisura il loro corpo.
Dopo la refezione, Francesco parlò: «Cari fratelli, raccomando che ognuno tenga conto della propria condizione fisica. Se uno di voi riesce a sostenersi con meno cibo di un altro, non voglio che chi abbisogna di un nutrimento più abbondante si sforzi di imitare l’altro su questo punto; ma, adeguandosi alla propria complessione, dia quanto è necessario al suo corpo. Come ci dobbiamo trattenere dal soverchio mangiare, nocivo al corpo e all’anima, così, e anche di più, dalla eccessiva astinenza, poiché il Signore preferisce la misericordia al sacrificio».
Disse ancora: «Carissimi fratelli, ispirato dall’affetto io ho compiuto un gesto, quello cioè di mangiare assieme al fratello, affinché non si vergognasse di cibarsi da solo. Ebbene, vi sono stato sospinto da una grande necessità e dalla carità. Sappiate però che, d’ora innanzi, non voglio ripetere questo gesto; non sarebbe conforme alla vita religiosa né dignitoso. Voglio pertanto e ordino che ciascuno, nei limiti della nostra povertà, accordi al suo corpo quanto gli è necessario».

 
DURO CON SE STESSO,
TENERO CON I FRATELLI

2. E veramente i primi frati e quanti vennero dopo di loro, per molto tempo, erano soliti strapazzare il proprio corpo non solo con una esagerata astinenza nel mangiare e nel bere, ma anche rinunciando a dormire, non riparandosi dal freddo, lavorando con le loro mani. Portavano direttamente sulla pelle, sotto i panni, cerchi di ferro e corazze, chi poteva procurarsene, o anche i più ruvidi cilizi che riuscivano ad avere.
Ma il padre santo, considerando che con tali asprezze i fratelli avrebbero finito per ammalarsi, – e taluni in breve tempo erano effettivamente caduti infermi, – durante un Capitolo proibì loro di portare sulla carne null’altro che la tonaca.
Noi che siamo vissuti con lui, siamo in grado di testimoniare a suo riguardo che, dal tempo che cominciò ad avere dei fratelli e poi per tutta la durata della sua vita, usò discrezione verso di loro bastandogli che nei cibi e in ogni altra cosa non uscissero dai limiti della povertà e dell’equilibrio, cosa tradizionale tra i frati dei primordi. Quanto a se stesso, invece, dal principio della conversione, prima di avere dei fratelli, e ininterrottamente per tutto il tempo che visse, fu molto duro, sebbene fin da ragazzo fosse fragile e debole di costituzione, e quando era nel mondo non potesse vivere se non usandosi molti riguardi.
Una volta, notando come i frati già debordavano dai limiti della povertà e della discrezione sia nei cibi che nelle altre cose, disse ad alcuni, con l’intenzione di rivolgersi a tutti: «Non pensano i fratelli che al mio corpo sarebbe necessario un vitto speciale? Eppure, siccome devo essere modello ed esempio per tutti i fratelli, voglio che mi bastino alimenti da povero e oggetti grossolani ed esserne contento».

 
ELOGIO DELLA MENDICITÀ

3. Quando Francesco cominciò ad avere dei fratelli era talmente felice per la loro conversione e per l’amabile compagnia donatagli dal Signore, e li circondava di così grande amore e venerazione, che non li invitava ad andare per elemosina, soprattutto perché pensava ne provassero vergogna. Così, per riguardo al loro imbarazzo, ogni giorno usciva da solo a questuare.
Per lui era uno strapazzo, sia perché debole di costituzione e abituato in casa sua a trattarsi con delicatezza, sia perché, abbandonato il mondo, si era ancor più indebolito a causa della eccessiva astinenza e penitenza.
Considerando che non poteva sopportare un lavoro così gravoso, e che i fratelli erano mendicanti per vocazione benché ne provassero ripugnanza e non ne fossero pienamente consapevoli, e che oltretutto non erano tanto sensibili da dirgli: «Vogliamo andare noi all’elemosina», Francesco disse loro: «Carissimi fratelli e figli miei, non arrossite di uscire alla questua, poiché il Signore si fece povero per amor nostro in questo mondo. È sull’esempio di Lui e della sua Madre santissima che noi abbiamo scelto la via della vera povertà: è la nostra eredità questa, acquistata e lasciata dal Signore Gesù Cristo a noi e a tutti quelli che vogliono vivere come Lui nella santa povertà».

E soggiunse: «In verità vi dico, che molti nobili e sapienti di questo mondo verranno nella nostra fraternità e stimeranno grande onore l’andare per elemosina con la benedizione del Signore. Ci dovete andare senza rispetto umano e con animo più lieto di colui che barattasse una sola moneta con cento denari, poiché a coloro cui chiedete l’elemosina voi offrite in cambio l’amore di Dio, quando dite: “Per amore del Signore Dio, donateci l’elemosina!” Infatti, a paragone dell’amore di Dio, cielo e terra sono un nulla».

Siccome erano ancora pochi, non li poteva mandare due a due; li inviò nei castelli e nei villaggi ognuno per conto suo. Al ritorno, ciascuno mostrava a Francesco le elemosine che aveva raccolto, e si dicevano l’un l’altro: «Io ho preso più di te!». Francesco, vedendoli così lieti e di buon umore, ne fu felice. E da allora ognuno chiedeva più volentieri il permesso di uscire alla questua.

 
NON VI PREOCCUPATE PER IL DOMANI !

4. In quello stesso periodo, quando Francesco viveva con il primo gruppo di fratelli, il suo spirito era meravigliosamente duttile. Infatti, dal giorno che il Signore gli ebbe rivelato di vivere, lui e i suoi fratelli, in conformità al santo Vangelo, decise e si impegnò ad osservarlo alla lettera, per tutto il tempo della sua vita. Quando, per esempio, il frate addetto alla cucina voleva servire loro dei legumi gli proibiva di metterli a mollo nell’acqua calda alla sera per l’indomani, come si usa fare, e questo per osservare quella raccomandazione del Vangelo: «Non vi preoccupate per il domani». Così, quel frate aspettava che fosse terminata la recita del mattutino per mettere a bagno le sue verdure.

Per lungo tempo molti frati, nei luoghi dove dimoravano e soprattutto nelle città, continuarono ad essere ligi a questo spirito; e non volevano chiedere o accettare elemosine se non nella quantità che servisse al fabbisogno del giorno.

 
DELICATEZZA VERSO UN MALATO

5. Una volta, dimorando Francesco in quello stesso luogo, un frate, uomo di profonda spiritualità e già da parecchi anni vivente nell’Ordine, si trovava molto deperito e infermo. Francesco, al vederlo, ne ebbe compassione. Ma i frati, a quei tempi, malati o sani che fossero, erano sempre lieti e pazienti: la povertà era la loro ricchezza. Nella malattia non ricorrevano a medicine; anzi, volentieri sceglievano quanto contrariava il corpo.

Francesco si disse: «Se questo fratello mangiasse di buon mattino dell’uva matura, credo che ne trarrebbe giovamento». Un giorno si alzò all’albeggiare e chiamò di nascosto quel fratello, lo condusse nella vigna vicina a quella chiesa e, scelta una vite ricca di bei grappoli invitanti, vi sedette sotto assieme al fratello e cominciò a mangiare l’uva, affinché il malato non si vergognasse di piluccare da solo. Mentre faceva lo spuntino, quel frate lodava il Signore Dio.

E finché visse, egli ricordava spesso ai fratelli, con devozione e piangendo di tenerezza, il gesto affettuoso del padre santo verso di lui.

 
INTIMITÀ INVIOLABILE

6. Mentre Francesco soggiornava in quel luogo stesso, si appartava a pregare in una celletta situata dietro la casa. Un giorno che si trovava là, ecco arrivare a fargli visita il vescovo di Assisi. Entrato in casa, bussò all’uscio per entrare dove stava il Santo. Come gli fu aperta la porta della celletta, immediatamente vi penetrò: Francesco era in un piccolo rifugio arrangiato con delle stuoie.

Sapendo il vescovo che il padre santo gli mostrava confidenza e affetto, vi si diresse senza riguardi e sollevò una stuoia per vederlo. Ma non appena vi ebbe messo la testa dentro, ne fu respinto energicamente fuori per volontà del Signore, poiché non era degno di guardare Francesco. Camminando a ritroso, uscì difilato dalla cella, tutto tremante e allibito. E alla presenza dei frati confessò la sua colpa, pentendosi della libertà che si era preso quel giorno.


 
IL FRATELLO TENTATO

7. Un frate, uomo di viva spiritualità e anziano nell’Ordine, era molto amico di Francesco. Gli avvenne, in un periodo della sua vita, di essere torturato per lunghi giorni da gravi e crudeli suggestioni del diavolo, così che stava per inabissarsi in una disperazione profonda. Ne era assillato ogni giorno, e più si angosciava perché provava vergogna a confessarsi ogni volta. E si accaniva a punirsi con astinenza, veglie, lacrime e battiture.

Da molti giorni durava questo supplizio, quando, per disposizione divina, Francesco giunse a quel luogo. E mentre il Santo passeggiava non molto discosto dal convento insieme con un fratello e con quel povero tribolato, allontanandosi a un certo punto dal primo, si accostò al tentato e gli disse: «Carissimo fratello, voglio e ordino che non ti angosci a confessare quelle suggestioni e irruzioni del diavolo. Stai tranquillo: non hanno fatto alcun danno alla tua anima. Ogni volta che ne sei assalito, ti suggerisco di recitare sette volte il Padre nostro».

Fu tutto esultante il frate al sentire tali parole, che cioè non era tenuto a confessare le tentazioni, soprattutto perché si vergognava di doverlo fare ogni giorno, cosa che aggravava il suo tormento. Ammirò la santità di Francesco che, per mezzo dello Spirito Santo, aveva conosciuto le sue tentazioni, che lui non aveva confidato a nessuno, fuorché ai sacerdoti; e aveva mutato spesso confessore, per la vergogna di far sapere sempre allo stesso tutta la sua infermità interiore.

E subito che Francesco gli ebbe rivolto la parola, egli si sentì liberato, dentro e fuori, da quella terribile prova, sofferta per lungo tempo. Con l’aiuto di Dio, grazie ai meriti del Santo, egli ritrovò una gran serenità e pace d’anima e di corpo.


 
OTTIENE LA CHIESA DELLA PORZIUNCOLA

8. Vedendo che Dio voleva moltiplicare il numero dei suoi discepoli, Francesco disse loro: «Carissimi fratelli e figli miei, vedo che il Signore vuole moltiplicarci. E perciò mi sembra cosa buona e conveniente a dei religiosi, ottenere dal vescovo o dai canonici di San Rufino o dall’abate del monastero di San Benedetto, una piccola chiesa poverella, dove possiamo recitare le Ore liturgiche e accanto a questa, avere una dimora, piccola anch’essa e povera, costruita con fango e vimini, dove riposare e attendere al necessario lavoro. Invero, il luogo dove sostiamo ora non è quello adatto, essendo l’abitazione troppo angusta per i fratelli che vi dimorano e che Dio si appresta a rendere numerosi; soprattutto, non abbiamo a disposizione una chiesa, dove recitare le Ore; di più, se alcuno venisse a morte, non sarebbe dignitoso seppellirlo qui o in una chiesa del clero secolare».

Tale proposta piacque agli altri frati. Allora Francesco si alzò e andò dal vescovo di Assisi, e ripeté davanti a lui le stesse parole esposte prima ai fratelli. Gli rispose il vescovo: «Fratello, non ho alcuna chiesa da potervi dare». Il Santo andò dai canonici di San Rufino e ripropose la sua domanda; e quelli risposero come il vescovo.

Si diresse perciò alla volta del monastero di San Benedetto del monte Subasio, e rivolse all’abate la richiesta espressa in antecedenza al vescovo e ai canonici, aggiungendo la risposta avuto dall’uno e dagli altri. Preso da compassione,l’abate tenne consiglio con i suoi confratelli sull’argomento e, per volontà del Signore, concesse a Francesco e ai suoi frati la chiesa di Santa Maria della Porziuncola, la più poverella che avevano. Era anche la più misera che si potesse trovare nel territorio di Assisi, proprio come Francesco desiderava.

E gli disse l’abate: «Fratello, abbiamo esaudito la tua domanda. Ma vogliamo che, se il Signore moltiplicherà la vostra congregazione, questo luogo sia il capo di tutti quelli che fonderete». La condizione piacque a Francesco e agli altri suoi fratelli.

Fu molto felice il Santo che ai frati fosse donato quel luogo, soprattutto perché la chiesa portava il nome della Madre di Dio, perché era così povera e perché era denominata «della Porziuncola», quasi a presagio che sarebbe divenuta madre e capo dei poveri frati minori. Tale nome derivava dalla contrada in cui la chiesetta sorgeva, zona anticamente detta appunto Porziuncola.

Francesco era solito dire: «Per questo motivo il Signore ha stabilito che non fosse concessa ai frati altra chiesa, e che in quella circostanza i primi frati non ne costruissero una nuova, e non avessero che quella: perché essa fu come una profezia, compiutasi con la fondazione dei frati minori».

E sebbene fosse tanto povera e quasi in rovina, per lungo tempo gli uomini della città di Assisi e di quella contrada sempre ebbero gran devozione (accresciutasi poi ai nostri giorni) verso quella chiesa.

Non appena i frati vi si stabilirono, il Signore accresceva quasi ogni giorno il loro numero. La loro fama e rinomanza si sparse per tutta la valle di Spoleto. In antico, la chiesa era chiamata Santa Maria degli Angeli, ma il popolo la chiamava Santa Maria della Porziuncola. Però, dopo che i frati la restaurarono, uomini e donne della zona presero a dire: «Andiamo a Santa Maria degli Angeli!».

Sebbene l’abate e i monaci avessero concesso in dono a Francesco e ai suoi frati la chiesa senza volerne contraccambio o tributo annuo, tuttavia il Santo, da abile e provetto muratore che intese fondare la sua casa sulla salda roccia, e cioè fondare il suo Ordine sulla vera povertà, ogni anno mandava al monastero una corba piena di pesciolini chiamati lasche. E ciò in segno di sincera umiltà e povertà, affinché i frati non avessero in proprietà nessun luogo, e nemmeno vi abitassero, se non era sotto il dominio altrui, così che essi non avessero il potere di vendere o alienare in alcun modo.

E ogni anno, quando i frati portavano i pesciolini ai monaci, questi, in grazia dell’umiltà, donavano a lui e ai suoi fratelli una giara piena di olio.


 
LA PORZIUNCOLA, MODELLO DELL’ ORDINE

9. Noi che siamo vissuti col beato Francesco attestiamo quello che egli disse di questa chiesa, impegnando la sua parola, a motivo della grande grazia che lì gli era stata fatta e come gli era stato rivelato: «La beata Vergine predilige questa tra tutte le chiese del mondo che le sono care». Per tali motivi egli nutrì, finché visse, la massima reverenza e devozione per la Porziuncola.

E affinché i frati la tenessero sempre nel cuore egli volle, in prossimità della morte, scrivere nel suo Testamento che essi nutrissero gli stessi sentimenti. Prima di morire, presenti il ministro generale e altri fratelli, dichiarò: «Voglio disporre del luogo di Santa Maria della Porziuncola, lasciando per testamento ai fratelli che sia sempre tenuto da loro nella più grande reverenza e devozione.

Cosi hanno fatto i nostri fratelli nei primi tempi. Quel luogo è santo, ed essi ne conservavano la santità con l’orazione ininterrotta giorno e notte, osservando un costante silenzio. Se talora parlavano dopo l’intervallo stabilito per il silenzio, conversavano con la massima devozione ed elevatezza su quanto si addice alla lode di Dio e alla salvezza delle anime. Se capitava, caso raro, che taluno prendesse a dire parole frivole o disdicevoli, subito veniva rimproverato da un altro.

Affliggevano il corpo non solo con il digiuno, ma con molte veglie, patendo freddo e nudità e lavorando con le loro mani. Assai spesso, per non restare senza far nulla, andavano ad aiutare la povera gente nei campi, ricevendone talvolta del pane per amore di Dio. Con queste ed altre virtù santificavano se stessi e il luogo della Porziuncola. Altri fratelli venuti dopo si comportarono per lungo tempo allo stesso modo, sia pure con minore austerità.

Ma più tardi, il numero dei frati e delle persone che si riunivano in questo luogo si accrebbe più che non convenisse, soprattutto perché tutti i frati dell’Ordine erano obbligati a convenirvi, unitamente a quanti intendevano farsi religiosi. Inoltre, i frati sono oggi più freddi nella preghiera e nelle altre opere buone, più inclini a conversazioni futili e inconcludenti, e facili a ciarlare di novità mondane. Ecco perché quel luogo non è più trattato dai frati che vi dimorano e dagli altri religiosi con quella reverenza e devozione che conviene e che mi sta a cuore».

10 «Voglio dunque che Santa Maria della Porziuncola sia sempre sotto la diretta autorità del ministro generale, affinché egli vi provveda con maggior cura e sollecitudine, particolarmente nello stabilirvi una comunità buona e santa. I chierici siano scelti tra i più virtuosi ed esemplari che conti l’Ordine, e che sappiano meglio dire l’ufficio in modo che non solo la gente ma anche i frati li ascoltino con gioiosa e viva devozione. Abbiano a collaboratori dei fratelli non chierici, scelti fra i più santi, equilibrati e virtuosi.

Voglio inoltre che nessun frate né chicchessia entri in quel luogo, eccettuati il ministro generale e i frati che sono a loro servizio. I frati qui dimoranti non parlino con nessuno, se non con i confratelli dati loro in aiuto e con il ministro quando viene a visitarli.

Voglio ancora che i fratelli non chierici siano tenuti a non riferire loro discorsi e novità mondane che riescano inutili al bene dell’anima. Proprio per questo voglio che nessuno entri in quel luogo, affinché conservino più agevolmente la loro purità e santità, e non si proferiscano in quel luogo parole vane e nocive all’anima, ma sia esso serbato interamente puro e santo, allietato da inni e lodi al Signore.

E quando qualche frate passerà da questa vita, il ministro generale faccia venire un altro santo frate in sostituzione del defunto, prendendolo dovunque si trovi. Poiché, se accadesse che i frati e i luoghi dove dimorano scadessero con il tempo dalla necessaria purità ed esemplarità, voglio che Santa Maria della Porziuncola resti lo specchio e il bene di tutto l’Ordine, e come un candelabro dinanzi al trono di Dio e alla beata Vergine. E grazie ad esso, il Signore abbia pietà dei difetti e colpe dei frati, e conservi sempre e protegga il nostro Ordine, sua pianticella».


 
UNA CASA COSTRUITA DAL COMUNE

11. Quanto segue, accadde all’avvicinarsi di un Capitolo; a quei tempi ne veniva celebrato uno all’anno, presso Santa Maria della Porziuncola. Il popolo di Assisi, considerando che i frati per grazia di Dio si erano moltiplicati e crescevano di giorno in giorno, notò che specialmente quando si riunivano tutti per l’assemblea capitolare, non avevano colà che una angusta misera casetta, coperta di paglia e dalle pareti fatte con vimini e fango: era la capanna che i frati si erano approntata quando erano venuti a stabilirsi in quel luogo.

Allora gli assisani, per delibera dell’arengo, in pochi giorni, con gran fretta e devozione murarono ivi una grande casa in pietra e calce, senza però il consenso di Francesco, che era assente. Quando egli fu di ritorno da una provincia per partecipare al Capitolo, nel vedere quella casa rimase attonito. Pensando che con il pretesto di quella costruzione, i frati avrebbero eretto o avrebbero fatto edificare case del genere nei luoghi dove già dimoravano o dove si sarebbero stabiliti più tardi, – poiché era sua volontà che la Porziuncola fosse sempre il modello e l’esempio di tutta la fraternità –, un giorno, prima che il Capitolo avesse fine, salì sul tetto di quella casa e ordinò ai frati di raggiungerlo poi cominciò insieme con loro a buttare giù le tegole, nell’intento di demolirla

Alcuni cavalieri di Assisi e altri cittadini erano presenti in rappresentanza del comune per il servizio d’ordine, al fine di proteggere quel luogo da secolari e forestieri affluiti da ogni parte e che si assiepavano fuori per vedere l’assemblea dei frati. Notando che Francesco con altri frati avevano l’intenzione di diroccare l’edificio, subito si fecero avanti e dissero al Santo: «Fratello, questa casa è proprietà del comune di Assisi, e noi siamo qui in rappresentanza del comune. Ti ordiniamo quindi di non distruggere la nostra casa».

Rispose Francesco: «Va bene, se la casa è di vostra proprietà non voglio abbatterla». E subito scese dal tetto, seguito dai frati che vi erano saliti con lui.

Per questo motivo, il popolo di Assisi stabilì, e mantenne per lungo tempo tale decisione, che ogni anno il podestà in carica fosse obbligato alla manutenzione ed eventualmente ad eseguire lavori di riparazione di quell’edificio.


 
LA CASA FATTA COSTRUIRE DAL MINISTRO

12. In altra occasione, il ministro generale volle fosse costruita alla Porziuncola una piccola casa per i frati del luogo, dove potessero riposare e dire le Ore. A quei tempi infatti tutti i frati e le nuove reclute dell’Ordine si dirigevano colà, e per questo i frati residenti nel posto erano molto disturbati quasi ogni giorno. E per la moltitudine che vi affluiva non avevano un rifugio in cui riposare e dire le Ore, poiché dovevano cedere il posto agli ospiti. Da ciò derivavano loro molti e continui disagi, giacché, dopo aver duramente lavorato, era loro quasi impossibile provvedere alle necessità del corpo e alla vita spirituale.

La casa era pressoché ultimata, quando Francesco fu di ritorno alla Porziuncola. Al mattino egli udì, dalla celletta dove aveva riposato la notte, il chiasso dei frati intenti al lavoro, e ne restò stupito. Interrogò il suo compagno: «Ma cos’è questo tramestio? Cosa stanno facendo quei fratelli?». Il compagno gli riferì ogni cosa con esattezza.

Francesco fece chiamare immediatamente il ministro e gli disse: «Fratello, questo luogo è il modello e l’esempio di tutto l’Ordine. Per tale ragione io voglio che i frati della Porziuncola sopportino per amore del Signore Dio disturbi e privazioni, piuttosto che godere tranquillità e consolazioni, affinché i frati che convengono qui da ogni parte riportino nei loro luoghi il buon esempio di povertà. Altrimenti gli altri sarebbero incitati a costruire nei loro luoghi, scusandosi: “ A Santa Maria della Porziuncola, che è il primo convento, si erigono abitazioni così. Possiamo costruire anche noi, poiché non disponiamo di una dimora conveniente “».


 
NON ESISTE UNA CELLA «MIA!»

13. Soggiornava in un eremo un frate, uomo di grande spiritualità, al quale Francesco era intimo amico. Considerando che, se il Santo fosse venuto nel romitaggio, non avrebbe trovato un ambiente adatto ove raccogliersi in orazione, egli fece apprestare, in un angolo solitario, ma non lontano dal luogo dei frati, una celletta, dove il Santo potesse pregare a suo agio quando capitasse colà.

E accadde, che, dopo non molti giorni, giunse Francesco, e quel frate lo condusse a vedere la cella. Disse il Santo: «Mi pare troppo bella! Se vuoi che ci passi alcuni giorni, rivestila dentro e fuori con pietrame e rami d’albero». Di fatto, la celletta non era costruita in muratura ma in legno. Siccome però il legname era spianato con la scure e l’ascia, appariva troppo elegante a Francesco. Quel frate la fece dunque arrangiare secondo aveva detto il Santo.

Quanto più misere e conformi all’austerità religiosa erano le celle e le dimore dei frati, tanto più volentieri Francesco le guardava, e accettava di venirvi ospitato.

Vi dimorava e pregava da alcuni giorni, quando, una volta che era uscito e si trovava presso il luogo dei frati, uno di questi, appartenente a quella comunità, venne da Francesco. Questi gli chiese: «Donde vieni, fratello?». Rispose: «Vengo dalla tua cella». E Francesco: «Poiché hai detto che è mia, d’ora innanzi ci abiterà un altro, e non io».

Noi che siamo vissuti con lui, lo abbiamo udito dire a più riprese quella parola del Vangelo: Le volpi hanno la tana e gli uccelli del cielo il nido, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.

E seguitava: «Il Signore, quando stava in disparte a pregare e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, non si fece apprestare una cella o una casa, ma si riparò sotto le rocce della montagna». Così, sull’esempio del Signore, non volle avere in questo mondo né casa né cella, e neanche voleva gli fossero edificate. Anzi, se gli sfuggiva la raccomandazione: «Preparatemi questa cella così», dopo non ci voleva dimorare, in ossequio alla parola del Vangelo: Non vi preoccupate.

Vicino a morte, volle fosse scritto nel suo Testamento che tutte le celle e case dei frati dovevano essere costruite con fango e legname, per meglio conservare la povertà e l’umiltà.

 
ISTRUZIONI PER LE DIMORE DEI FRATI

14. In altro tempo, trovandosi presso Siena per farsi curare gli occhi, sostava in una cella, dove, dopo la sua morte, fu edificato in sua venerazione un oratorio. Messer Bonaventura, che aveva donato ai frati il terreno su cui era stato costruito il convento, disse al Santo: «Cosa ti sembra di questo luogo?». Rispose Francesco: «Vuoi che ti dica come devono essere fatti i luoghi dei frati?». E Bonaventura: «Volentieri, padre». Il Santo prese a dire: «Quando i frati arrivano in una città dove non hanno un luogo per loro, trovando un benefattore disposto ad assegnare ad essi un terreno sufficiente per costruirvi il convento con l’orto e le altre cose indispensabili, i frati devono innanzi tutto determinare quanta terra basterà, senza mai perdere di vista la santa povertà che abbiamo promesso di osservare e il buon esempio che siamo tenuti a dare al prossimo in ogni cosa».

Parlava così il padre santo, perché era sua volontà che sotto nessun pretesto i frati violassero la povertà nelle case e chiese, negli orti e altre cose a loro uso. Non voleva che possedessero luogo alcuno con diritto di proprietà, e anzi vi abitassero sempre come pellegrini e forestieri.

A tal fine, voleva che nei vari luoghi i frati non fossero numerosi, poiché gli sembrava difficile osservare la povertà quando si è in tanti. Fu questa la sua volontà, dal momento della conversione fino al giorno della morte che la santa povertà fosse osservata perfettamente.

15. Il Santo proseguì: «Poi, si rechino dal vescovo della città e gli dicano: “ Messere, un benefattore, per amore di Dio e per la salvezza della sua anima, ha intenzione di offrirci il terreno bastante per costruire un luogo. Ricorriamo a voi per primo, poiché siete padre e signore delle anime di tutto il gregge affidato a voi, e anche nostro e degli altri frati che risiederanno in questo luogo. Vorremmo edificare una casa con la benedizione del Signore Dio e vostra».

Francesco diceva questo perché il bene delle anime, che i frati vogliono realizzare tra il popolo, sarà maggiore se, vivendo in concordia con i prelati e il clero, essi guadagnano a Dio e popolo e clero, che se convertissero solo il popolo scandalizzando prelati e chierici. Diceva: «Il Signore ci ha chiamati a rianimare la fede, inviandoci in aiuto ai prelati e chierici della santa madre Chiesa. Siamo quindi tenuti ad amarli, onorarli e venerarli sempre, in quanto ci è possibile. Per questo motivo sono detti a frati minori “, perché devono essere i più piccoli di tutti gli uomini del mondo, sia nel nome, sia nell’esempio e nel comportamento.

Agli inizi della mia nuova vita, quando mi separai dal mondo e dal mio padre terreno, il Signore pose la sua parola sulle labbra del vescovo di Assisi, affinché mi consigliasse saggiamente nel servizio del Cristo e mi donasse conforto Per questa ragione e per le altre eminenti qualità che riconosco nei prelati, io voglio amare, venerare e considerare miei signori non soltanto i vescovi, ma anche gli umili sacerdoti».

16. «E dopo aver ricevuto la benedizione del vescovo, vadano e facciano scavare un gran fossato tutto intorno al terreno ricevuto, e vi piantino a guisa di muraglia una spessa siepe, in segno di santa povertà e umiltà. Poi si facciano apprestare delle case poverelle, costruite con fango e legname, e alcune cellette separate, dove i frati possano raccogliersi a pregare e lavorare con più devozione e lontano da discorsi oziosi.

Facciano costruire anche la chiesa. Però i frati non devono far erigere grandi chiese, al fine di predicare al popolo o sotto altro pretesto. C’è maggiore umiltà e migliore esempio quando vanno a predicare in altre chiese, osservando la santa povertà e mantenendosi umili e rispettosi. Se talora venissero da loro prelati o chierici, religiosi o secolari, le povere case, le cellette e le chiese dei frati dimoranti nel luogo saranno per gli ospiti una predica, e ne trarranno edificazione».

Aggiunse: «Molto spesso i fratelli si fanno fabbricare grandi costruzioni, violando la nostra santa povertà, provocando nel prossimo malesempio e mormorazione. Poi, sotto pretesto di un luogo più comodo o più santo abbandonano il luogo primitivo e i suoi edifici. Allora quelli che diedero elemosine e la gente, vedendo e udendo ciò, ne restano molto scandalizzati e urtati.

È più conveniente che i frati abbiano luoghi e edifici poveri, restando fedeli al loro ideale e dando buon esempio al prossimo, anziché fare del bene in contrasto con la loro professione religiosa e dando malesempio al popolo. Allora sì, se accadesse ai frati di abbandonare i luoghi modesti e le abitazioni poverelle in vista di un’abitazione più adatta, il malesempio e lo scandalo sarebbero meno grandi».


 
ULTIME VOLONTÀ

17. In quei giorni stessi e proprio nella celletta dove aveva così parlato a messer Bonaventura, una sera fu preso da conati di vomito, a causa della sua malattia di stomaco. E nel violento sforzo che fece per rigettare, mandò fuori sangue, e ciò per tutto il corso della notte, fino al mattino.

I suoi compagni, vedendolo in procinto di morire per lo sfinimento e i dolori della malattia, con molta angoscia e piangendo gli dissero: «Padre, che facciamo? Dona la tua benedizione a noi e agli altri tuoi fratelli. E lascia ai tuoi fratelli un memoriale della tua volontà, affinché, se il Signore ti vorrà chiamare da questo mondo, possano sempre tenere in mente e ripetere: “ Il nostro padre, sul punto di morire, ha lasciato queste parole ai suoi fratelli e figli!»».

Francesco disse: «Chiamatemi frate Benedetto da Piratro». Era questi sacerdote, uomo equilibrato e santo, ascritto all’Ordine fino dai primordi, e talvolta celebrava per Francesco in quella stessa cella. Infatti il Santo, sebbene infermo, sempre e volentieri, quando gli era possibile, voleva ascoltare devotamente la Messa.

Arrivato Benedetto, gli disse Francesco: «Scrivi che io benedico tutti i miei frati che attualmente sono nell’Ordine e quelli che vi entreranno sino alla fine del mondo». Era abitudine di Francesco alla fine di tutti i Capitoli, quando i frati erano riuniti, di dare la benedizione a tutti i presenti e agli altri che facevano parte dell’Ordine, e benediceva altresì tutti coloro che vi sarebbero entrati in futuro. E non solo in occasione dei Capitoli, ma molto di frequente benediceva tutti i frati, sia quelli già nell’Ordine, sia quanti vi sarebbero venuti in seguito.

Francesco riprese: «Siccome per lo sfinimento e le sofferenze della malattia non posso parlare, esprimo brevemente ai miei fratelli la mia volontà in questi tre ricordi. In memoria della mia benedizione e della mia ultima volontà, i frati sempre si amino e rispettino l’un l’altro; amino e rispettino sempre la santa povertà, nostra signora; sempre siano lealmente sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa».

Era solito ammonire i frati a temere ed evitare il malesempio. E malediceva tutti quelli che, a causa dei loro pravi e malvagi esempi, provocavano la gente a imprecare contro l’Ordine e i frati, anche quelli santi e pieni di bontà, che così ne soffrivano vergogna e afflizione.


 
PULIZIA DELLE CHIESE

18. In altro tempo, quando Francesco abitava presso Santa Maria della Porziuncola, e i frati erano ancora pochi, andava talora per i villaggi e le chiese dei dintorni di Assisi, annunziando e predicando al popolo di fare penitenza E in questi suoi giri portava una scopa per pulire le chiese.

Molto soffriva Francesco nell’entrare in una chiesa e vederla sporca. Così, dopo aver predicato al popolo, faceva riunire in un posto fuori mano tutti i sacerdoti che si trovavano presenti, per non essere udito dalla gente. E parlava della salvezza delle anime, e specialmente inculcava loro di avere la massima cura nel mantenere pulite le chiese, gli altari e tutta la suppellettile che serve per la celebrazione dei divini misteri.


 
GIOVANNI IL SEMPLICE

19. Un giorno Francesco si recò nella chiesa di una borgata del territorio di Assisi e si mise a fare le pulizie. Immediatamente si sparse nel villaggio la voce del suo arrivo, poiché quella gente lo vedeva e ascoltava volentieri.

Sentì la notizia anche un certo Giovanni, uomo di meravigliosa semplicità, che stava arando un suo campo vicino a quella chiesa. E subito andò da lui, e lo trovò intento a pulire. Gli disse: «Fratello, da’ la scopa a me, voglio aiutarti». Prese lui la scopa e finì di fare pulizia.

Poi si misero a sedere, e Giovanni prese a dire: «Da molto tempo ho intenzione di servire a Dio, soprattutto da quando ho inteso parlare di te e dei tuoi fratelli. Ma non sapevo come unirmi a te. Ma dal momento che è piaciuto al Signore ch’io ti vedessi, sono disposto a fare tutto quello che ti piace».

Osservando il fervore di lui, Francesco esultò nel Signore, anche perché allora aveva pochi fratelli e perché quell’uomo, con la sua pura semplicità, gli dava affidamento che sarebbe un buon religioso. Gli rispose: «Fratello, se vuoi condividere la nostra vita e stare con noi, è necessario che tu doni ai poveri, secondo il consiglio del santo Vangelo tutti i beni che possiedi legittimamente. Così hanno fatto i miei fratelli cui è stato possibile».

Sentendo ciò, subito Giovanni si diresse verso il campo dove aveva lasciato i buoi, li sciolse e ne portò uno davanti a Francesco, dicendogli: «Fratello, per tanti anni ho lavorato per mio padre e gli altri della famiglia. Sebbene questa parte della mia eredità sia scarsa, voglio prendere questo bue e darlo ai poveri nel modo che ti sembrerà più opportuno secondo Dio».

Vedendo che voleva abbandonarli, i genitori, i fratelli che erano ancora piccoli, e tutti quelli di casa cominciarono a lacrimare e piangere forte. Francesco si sentì mosso a compassione, massime perché la famiglia era numerosa e senza risorse. Disse loro: «Preparate un pranzo, mangeremo insieme. E non piangete, poiché vi farò lieti». Quelli si misero all’opera, e pranzarono tutti con molta allegria.

Finito il desinare, Francesco parlò: «Questo vostro figlio vuole servire a Dio. Non dovete contristarvi di ciò, ma essere contenti. E un onore per voi, non solo davanti a Dio ma anche agli occhi della gente; e ne avrete vantaggio per l’anima e per il corpo. Di fatti, è uno del vostro sangue che dà onore a Dio, e d’ora innanzi tutti i nostri frati saranno vostri figli e fratelli. Una creatura di Dio si propone di servire al suo Creatore – ed essere suo servo vuol dire essere re, – voi capite quindi che non posso e non debbo ridarvi vostro figlio. Tuttavia, affinché riceviate da lui un po’ di conforto, io dispongo ch’egli rinunci per voi, che siete poveri alla proprietà di questo bue, benché secondo il consiglio dei santo Vangelo dovesse darlo agli altri poveri».

Furono tutti confortati dal discorso di Francesco, e soprattutto furono felici che fosse loro reso il bue, poiché erano veramente poveri.

Francesco, cui piacque sempre la pura e santa semplicità in se stesso e negli altri, ebbe grande affetto per Giovanni. E appena lo ebbe vestito del saio, prese lui come suo compagno. Era questi talmente semplice, che si riteneva obbligato a fare qualunque cosa facesse Francesco. Quando il Santo stava a pregare in una chiesa o in un luogo appartato, Giovanni voleva vederlo e fissarlo, per ripetere tutti i gesti di lui: se Francesco piegava le ginocchia, se alzava al cielo le mani giunte, se sputava o tossiva, anche lui faceva altrettanto.

Pur essendo incantato da tale semplicità di cuore, Francesco cominciò a rimproverarlo. Ma Giovanni rispose: «Fratello, ho promesso di fare tutto quello che fai tu; e perciò intendo fare tutto quello che tu fai». Il Santo era meravigliato e felice davanti a tanta purità e semplicità. Giovanni fece tali progressi in tutte le virtù, che Francesco e gli altri frati restavano stupefatti della sua santità.

E dopo non molto tempo egli morì in questa santa perfezione. Francesco, colmo di letizia nell’intimo ed esteriormente, raccontava ai frati la vita di lui, e lo chiamava «san Giovanni» in luogo di «frate Giovanni».


 
UNA FALSA VOCAZIONE

20. Francesco percorreva una volta la provincia della Marca predicando. Un giorno, dopo la predica alla gente di un villaggio, un uomo venne da lui e gli disse: «Fratello voglio lasciare il mondo ed entrare nella tua fraternità». Rispose Francesco: «Fratello, se vuoi entrare nella nostra famiglia, è necessario per prima cosa che tu distribuisca ai poveri tutti i tuoi beni, secondo la perfezione consigliata dal santo Vangelo, e poi che tu rinunzi completamente alla tua volontà».

A queste parole, colui partì in fretta, ma ispirato da amore carnale e non spirituale, donò i suoi beni ai consanguinei. Tornò poi da Francesco e gli disse: «Fratello, ecco, mi sono privato di tutti i miei averi!». E Francesco: «Come hai fatto?». Rispose quello: «Fratello, ho donato tutto il mio ad alcuni parenti, che erano nella necessità».

Conobbe Francesco, per mezzo dello Spirito Santo, che quello era un uomo carnale, e subito lo accomiatò: «Vai per la tua strada, frate Mosca, poiché hai dato il tuo ai consanguinei, e ora vorresti vivere di elemosine tra i frati». E colui se ne andò per la sua strada, ricusando di distribuire i suoi averi ad altri poveri.


 
TENTAZIONE E SERENITÀ

21. In quello stesso torno di tempo, mentre Francesco dimorava nel luogo della Porziuncola, fu assalito per il bene del suo spirito da una gravissima tentazione. Interiormente ed esteriormente ne era duramente turbato, tanto che alle volte sfuggiva la compagnia dei fratelli perché, sopraffatto da quella tortura, non riusciva a mostrarsi loro nella sua abituale serenità.

Si mortificava, si asteneva dal cibo e dalla conversazione. Spesso si internava a pregare nella selva che si stendeva vicino alla chiesa, per dare liberamente sfogo all’angoscia e al pianto in presenza del Signore, affinché Dio, che può tutto, si degnasse d’inviargli dal cielo la sua medicina in quella così violenta tribolazione. E per oltre due anni fu tormentato giorno e notte dalla tentazione.

Accadde che un giorno, mentre stava pregando nella chiesa di Santa Maria, gli fu detta in spirito quella parola del Vangelo: «Se tu avessi una fede grande come un granello di senape, e dicessi a quel monte di trasportarsi da quello a un altro posto, avverrebbe così.

Francesco domandò: “E quale è quel monte?”. Gli fu risposto: “Il monte è la tua tentazione”. Rispose Francesco: “Allora, Signore, sia fatto a me secondo che hai detto”. E all’istante fu liberato, così che gli parve di non avere mai sofferto quella tentazione».


 
A MENSA CON IL LEBBROSO

22. Altra volta, essendo tornato un giorno Francesco alla Porziuncola, vi incontrò frate Giacomo il semplice, in compagnia di un lebbroso sfigurato dalle ulceri, capitato colà lo stesso giorno. Il Santo aveva raccomandato a frate Giacomo con insistenza quel lebbroso e tutti quelli che erano più corrosi dal male. A quei tempi, infatti, i frati abitavano nei lazzaretti. Giacomo faceva da medico ai più colpiti, e di buon grado toccava le loro piaghe, le curava, ne mutava le bende.

Francesco si rivolse a frate Giacomo con tono di rimprovero: «Non dovresti condurre qui i fratelli cristiani, poiché non è conveniente per te né per loro». Il Santo chiamava «fratelli cristiani» i lebbrosi. Fece questa osservazione perché, pur essendo felice che frate Giacomo aiutasse e servisse i lebbrosi, non voleva però che facesse uscire dal lazzaretto i più gravemente piagati. In più, frate Giacomo era molto semplice, e spesso andava alla chiesa di Santa Maria con qualche lebbroso. Oltre tutto, la gente ha orrore dei lebbrosi sfatti dalle ulceri.

Non aveva finito di parlare, che subito Francesco si pentì di quello che aveva detto e andò a confessare la sua colpa a Pietro di Catanio, ministro generale in carica: aveva rimorso di aver contristato il lebbroso, rimproverando frate Giacomo. Per questo confessò la sua colpa, con l’idea di rendere soddisfazione a Dio e a quello sventurato.

Disse quindi a frate Pietro: «Ti chiedo di approvare, senza contraddirmi, la penitenza che voglio fare». Rispose frate Pietro: «Fratello, sia come ti piace». Talmente egli venerava e temeva Francesco, gli era così obbediente, che non osava mutare i suoi ordini, benché in questa e in molte altre circostanze ne restasse afflitto in cuore e anche esteriormente.

Seguitò Francesco: «Sia questa la mia penitenza; mangiare nello stesso piatto con il fratello cristiano». E così fu.

Francesco sedette a mensa con il lebbroso e gli altri frati, e fu posta una scodella tra loro due. Ora, il lebbroso era tutto una piaga; le dita con le quali prendeva il cibo erano contratte e sanguinolente, così che ogni volta che le immergeva nella scodella, vi colava dentro il sangue.

Al vedere simile spettacolo, frate Pietro e gli altri frati furono sgomenti, ma non osavano dir nulla, per timore del padre santo. Colui che ora scrive, ha visto quella scena e ne rende testimonianza.


 
VISIONE DI FRATE PACIFICO

23. Un’altra volta, Francesco andava per la valle di Spoleto ed era con lui frate Pacifico, oriundo della Marca di Ancona e che nel secolo era chiamato “ il re dei versi”, uomo nobile e cortese, maestro di canto. Furono ospitati in un lebbrosario di Trevi.

E disse Francesco al compagno: «Andiamo alla chiesa di San Pietro di Bovara, perché questa notte voglio rimanere là». La chiesa, non molto lontana dal lebbrosario, non era officiata, giacché in quegli anni il paese di Trevi era distrutto e non ci abitava più nessuno.

Mentre camminavano, Francesco disse a Pacifico: «Ritorna al lazzaretto, poiché voglio restare solo, qui, stanotte. Verrai da me domani, all’alba». Rimasto solo in chiesa, il Santo recitò la compieta e altre orazioni, poi volle riposare e dormire. Ma non poté, poiché il suo spirito fu assalito da paura e sconvolto da suggestioni diaboliche. Subito si alzò, uscì all’aperto e si fece il segno della croce, dicendo «Da parte di Dio onnipotente, vi ingiungo, o demoni, di scatenare contro il mio corpo la violenza concessa a voi dal Signore Gesù Cristo. Sono pronto a sopportare ogni travaglio. Il peggior nemico che io abbia è il mio corpo, e voi quindi farete vendetta del mio avversario». Le suggestioni disparvero immediatamente. E il Santo, facendo ritorno al luogo dove prima si era messo a giacere, riposò e dormì in pace.

Allo spuntare del giorno, ritornò da lui Pacifico. Il Santo era in orazione davanti all’altare, entro il coro. Pacifico stava ad aspettarlo fuori del coro, dinanzi al crocifisso, pregando anche lui il Signore. Appena cominciata la preghiera, fu elevato in estasi (se nel corpo o fuori del corpo, Dio lo sa), e vide molti troni in cielo, tra i quali uno più alto, glorioso e raggiante, adorno d’ogni sorta di pietre preziose. Mentre ammirava quel]o splendore, prese a riflettere fra sé cosa fosse quel trono e a chi appartenesse. E subito udì una voce: «Questo trono fu di Lucifero, e al suo posto vi si assiderà Francesco».

Tornato in sé, ecco Francesco venirgli incontro. Pacifico si prostrò ai suoi piedi con le braccia in croce, considerandolo, in seguito alla visione, come già fosse in cielo. E gli disse: «Padre, perdonami i miei peccati, e prega il Signore che mi perdoni e abbia misericordia di me». Francesco stese la mano e lo rialzò, e comprese che il compagno aveva avuto una visione durante la preghiera. Appariva tutto trasfigurato e parlava a Francesco non come a una persona in carne e ossa, ma come a un santo già regnante in cielo.

Poi, come facendo lo gnorri, perché non voleva rivelare la visione a Francesco, Pacifico lo interrogò: «Cosa pensi di te stesso, fratello?». Rispose Francesco: «Sono convinto di essere l’uomo più peccatore che esista al mondo». F. subito una voce parlò in cuore a Pacifico: «Da questo puoi conoscere che la visione che hai avuto è vera. Come Lucifero per la sua superbia fu precipitato da quel trono, così Francesco per la sua umiltà meriterà di esservi esaltato e di assidervisi».


 
LA CETRA ANGELICA

24. All’epoca in cui Francesco era presso Rieti, alloggiando per alcuni giorni in una camera dl Tebaldo Saraceno per motivo del suo male d’occhi, disse una volta a uno dei compagni che nel mondo aveva imparato a suonare la cetra: «Fratello, i figli di questo secolo non sono sensibili alle cose divine. Usano gli strumenti musicali, come cetre, arpe a dieci corde e altri, per la vanità e il peccato, contro il volere di Dio, mentre nei tempi antichi gli uomini li utilizzavano per la lode di Dio e il sollievo dello spirito. Io vorrei che tu acquistassi di nascosto una cetra da qualche onesto uomo, e facessi per me una canzone devota. Ne approfitteremmo per accompagnare le parole e le lodi del Signore. Il mio corpo è afflitto da una grande infermità e sofferenza; così, per mezzo della cetra bramerei alleviare il dolore fisico, trasformandolo in letizia e consolazione dello spirito».

Francesco di fatti aveva composto alcune laudi al Signore durante la sua malattia e le faceva talora cantare dai compagni a gloria di Dio e a conforto della sua anima, nonché allo scopo di edificare il prossimo

Il fratello gli rispose: «Padre, mi vergogno di andare a chiedere una cetra, perché la gente di questa città sa che io nel secolo sonavo la cetra, e temo che mi sospettino ripreso dalla tentazione di suonare». Francesco concluse: «Bene, fratello, lasciamo andare».

La notte seguente il Santo stava sveglio. Ed ecco sulla mezzanotte, fremere intorno alla casa dove giaceva il suono di una cetra: era il canto più bello e dilettoso che avesse udito in vita sua. L’ignoto musicista si scostava tanto lontano, quanto potesse farsi sentire, e poi si riavvicinava, sempre pizzicando lo strumento. Per una grande ora durò quella musica. Francesco, intuendo che quella era opera di Dio e non di un uomo, fu ricolmo di intensa gioia, e con il cuore esultante e traboccante di affetto lodò il Signore che lo aveva voluto deliziare con una consolazione così soave e grande.

Al mattino, alzandosi, disse al compagno: «Ti avevo pregato, fratello, e tu non mi hai esaudito. Ma il Signore che consola i suoi amici posti nella tribolazione, questa notte si è degnato di consolarmi». E narrò l’esperienza avuta. Stupirono i fratelli, comprendendo che si trattava di un grande miracolo, e conclusero che Dio stesso era intervenuto a portare gioia a Francesco.

In effetti, non solo a mezzanotte, ma anche al terzo rintocco della campana, per ordine del podestà, nessuno poteva circolare per la città. D’altronde, come Francesco riferì, la cetra sonante andava e tornava nel silenzio, senza parole di bocca umana, e ciò per una grande ora, a sollievo del suo spirito.


 
LA VIGNA DEL PRETE DI RIETI

25. In quello stesso periodo, Francesco a causa della sua malattia d’occhi soggiornò presso la chiesa di San Fabiano, non lontano da quella città, ospite di un povero prete secolare. Aveva allora residenza in Rieti il signore papa Onorio III con i cardinali. E molti di costoro e altri ecclesiastici, per riverenza e devozione verso Francesco, venivano a fargli visita quasi ogni giorno.

Possedeva quella chiesa una piccola vigna, che si estendeva vicino alla casa dove dimorava Francesco. Da una porta di questa quasi tutti i visitatori passavano nella vigna contigua, attirati sia dalla stagione delle uve mature, sia dall’amenità del luogo che invitava a sostarvi. Successe quindi che, a motivo di quel viavai, la vigna fu pressoché tutta messa a soqquadro: chi coglieva i grappoli e se li piluccava sul posto, chi li pigliava per portarseli via, altri calpestavano il terreno. Il prete cominciò ad agitarsi e protestare, dicendo: «Quest’anno il raccolto è perduto. Per quanto piccola, la vigna mi dava il vino sufficiente al mio bisogno».

Sentito questo lamento, Francesco lo fece chiamare e gli disse: «Non star male e non agitarti! Ormai non possiamo farci niente. Ma confida nel Signore, che può riparare al danno per amore di me, suo piccolo servo. Dimmi: quante some hai fatto, negli anni di migliore raccolto?». Il sacerdote gli rispose: «Fino a tredici some, padre». E Francesco: «Coraggio, non contristarti più, non ingiuriare nessuno, non fare lamentele in giro, abbi fede nel Signore e nelle mie parole. Se raccoglierai meno di venti some, prometto di rifondertene io». Il sacerdote si calmò e stette tranquillo.

E accadde per intervento di Dio che raccolse effettivamente non meno di venti some, come Francesco gli aveva promesso. Quel sacerdote ne rimase attonito, e con lui tutti gli altri che riseppero la cosa, e attribuirono il prodigio ai meriti del beato Francesco. In verità, la vigna era stata devastata; ma anche fosse grondante di grappoli, sembrava impossibile ricavarne venti some di vino.

Noi che siamo vissuti con lui, siamo in grado di testimoniare che quando diceva: «È così», oppure: «Così sarà», avveniva sempre come aveva predetto. E noi molte cose vedemmo realizzarsi mentre era in vita e anche dopo la sua morte.


 
IL PRANZO OFFERTO AL MEDICO

26. Sempre in quel periodo, Francesco soggiornò per curare il suo male d’occhi nel romitorio dei frati di Fonte Colombo, presso Rieti.

Un giorno l’oculista della città era venuto a visitarlo. Si era trattenuto con lui, come d’abitudine, per qualche ora. Mentre si disponeva a partire, Francesco disse a uno dei compagni: «Andate, e servite al medico un buon pranzo». Il compagno rispose: «Padre, te lo confessiamo con vergogna: siamo così poveri adesso, che non osiamo invitarlo e offrirgli da mangiare». Francesco si rivolse ai compagni: «Uomini di poca fede, non mi fate ripetere l’ordine». Intervenne il medico e disse a Francesco e ai compagni: «Fratello, proprio perché sono tanto poveri, più volentieri mangerò insieme a loro». Quel sanitario era molto ricco, e, sebbene il Santo e i compagni lo avessero invitato a mensa sovente, mai aveva accettato.

Andarono dunque i frati a preparare la tavola, e con vergogna vi disposero quel poco di pane e di vino che avevano e gli scarsi legumi che si erano cucinati. Sedutisi a mensa, avevano appena cominciato a mangiare, quando qualcuno bussò alla porta. Un frate si alzò e corse ad aprire: c’era una donna che recava un gran canestro pieno di bel pane, pesci, pasticcio di gamberi, miele e grappoli di uva colti di fresco. Era un dono inviato a Francesco dalla signora di un castello che distava dal romitaggio quasi sette miglia.

A quella sorpresa, i frati e il medico rimasero trasecolati, riflettendo alla santità di Francesco. E disse il medico agli ospiti: «Fratelli miei, né voi, come dovreste, né noi conosciamo la santità di quest’uomo».


 
PREDICE LA CONVERSIONE DI UN MARITO

27. Andava un giorno Francesco alle Celle di Cortona, seguendo la strada che scorre ai piedi della cittadina di Lisciano, presso il luogo dei frati di Preggio. E accadde che una nobildonna di quella città scese in fretta per parlare al Santo. Uno dei frati, vedendo la signora che si avvicinava, stanca per il viaggio, disse a Francesco: «Padre, per amore di Dio, aspettiamo quella signora che ci segue per parlare con te, ed è così affaticata».

Francesco, da uomo pieno di carità e di compassione, si fermò ad attenderla. E nel vederla appressarsi trafelata e animata da fervore e devozione grande, le disse: «Cosa posso fare per te, signora?». Rispose la donna: «Padre, ti prego di darmi la tua benedizione». Riprese Francesco: «Sei maritata o sei nubile?». E lei: «Padre, è molto tempo che il Signore mi ha dato la volontà di servirgli, ho avuto e ho ancora un desiderio grande di salvare l’anima mia. Ma ho un marito assai crudele e nemico a se stesso e a me per quanto riguarda il servizio di Cristo. Così un vivo dolore e un’angoscia mi affliggono l’anima fino a morirne».

Francesco, considerando lo spirito fervoroso di lei, soprattutto vedendola così giovane e di fisico fragile, fu mosso a pietà di lei, la benedisse e l’accomiatò con queste parole: «Va’ pure; troverai tuo marito in casa, e gli dirai da parte mia che prego lui e te, per amore di quel Signore che soffrì la passione di croce per noi, di salvare le vostre anime vivendo a casa vostra».

La donna se ne andò. Entrata in casa, vi trovò il marito, come le aveva detto Francesco. Questi le domandò: «Da dove vieni?». E lei: «Vengo da un incontro con Francesco. Mi ha benedetta, e le sue parole mi hanno consolata e allietata nel Signore. Inoltre mi incarica di esortarti e pregarti a suo nome che ci salviamo l’anima rimanendo in casa nostra».

A quelle parole, per i meriti di Francesco, la grazia di Dio scese subito in cuore a quell’uomo. Rispose egli con molta delicatezza e bontà, completamente trasformato da Dio: «Signora, d’ora in poi, nel modo che vorrai, mettiamoci a servire Cristo e salviamoci l’a