Fonti Francescane

Specchio di perfezione

Lo Specchio di perfezione fu pubblicato, per la prima volta nella sua autonoma integrità, da Paul Sabatier nel 1898 come Leggenda antichissima di san Francesco, e più tardi come Memorie di frate Leone. Nessuno sostiene più oggi che questa importantissima e pregevolissima raccolta di gesti, di fatti, di discorsi di Francesco sia opera individuale di frate Leone. Alla datazione sabatierana del 1227 è stata sostituita, giustamente, quella del 1318, quale termine ultimo dell’ormai famosa redazione più ampia. Non meno della Leggenda antica perugina – con la quale ha in comune 53 capitoli – è anch’essa una «compilazione» risultata da quelle sillogi, piccole o grandi, messe insieme tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento con testimonianze scritte e orali dei compagni di Francesco, dando così ragione delle ricorrenti pericopi «scrissero», «fecero scrivere», «riferirono».
Per la scelta dei testi che trascrive, per il piano che utilizza nel metterli in opera e per qualche commento che inserisce, «il compilatore si colloca – più decisamente di chi raccolse la Leggenda antica perugina – tra gli Spirituali, anche se l’esame delle varianti che apporta alle testimonianze già note, lo mostrerebbe mosso più da sollecitazioni stilistico-esegetiche che da preoccupazioni polemiche [...]. La sua nondimeno è una testimonianza preziosissima su di un preciso momento storico attraversato dall’interpretazione dell’ideale francescano, nonché dell’immagine che del fondatore gli Spirituali si erano formata» (Id., qui, p. 258). I riferimenti a certi stati d’animo di Francesco si fanno più espliciti e pressanti che nella Leggenda antica, ma non ne modificano sostanzialmente l’immagine.
Il nostro volgarizzamento è stato condotto sull’edizione critica definitiva curata da P. Sabatier, Le Speculum perfectionis ou Mémoires de frère Léon sur la seconde partie de la vie de saint François d’Assise, I, Manchester 1928 (testo), 11, 1931 (apparato critico).

 
Incomincia lo Specchio di perfezione
dello stato di Frate Minore
 
1.
COME IL BEATO FRANCESCO RISPOSE AI MINISTRI
CHE NON VOLEVANO ESSERE OBBLIGATI
A OSSERVARE LA REGOLA CHE STAVA FACENDO


1. [Il beato Francesco compose tre Regole: quella confermata, senza però la Bolla pontificia da papa Innocenzo III; un’altra più breve, che andò smarrita; quella infine che papa Onorio III approvò con la Bolla, e dalla quale molte cose furono soppresse a iniziativa dei ministri, contro il volere di Francesco.]
2. Dopo che la seconda Regola composta dal beato Francesco andò perduta, egli con frate Leone d’Assisi e frate Bonizo da Bologna salì sopra un monte, per comporre un’altra Regola che egli dettò ispirato da Cristo.
Molti ministri si raccolsero allora intorno a frate Elia, vicario di Francesco, e gli dissero: «Siamo venuti a sapere che questo fratello Francesco fa una nuova Regola, e abbiamo paura che la faccia troppo rigorosa, così che non possiamo osservarla. Vogliamo quindi che tu vada su da lui e gli dica che non intendiamo essere obbligati a quella Regola; se proprio vuole, la componga per sé, non per noi».
Rispose Elia che non voleva recarvisi, temendo la riprensione del beato Francesco. Insistendo quelli perché ci andasse, rispose che non voleva andarci senza di loro. Ci andarono pertanto tutti insieme. Quando furono nei pressi del luogo ove Francesco dimorava, frate Elia lo chiamò. Rispondendogli e vedendo il gruppo dei ministri, Francesco domandò: «Cosa desiderano questi frati?». E frate Elia: «Questi sono i ministri, che avendo saputo che stai facendo una nuova Regola e temendo che sia troppo severa, dicono e protestano che non vogliono sentirsi obbligati ad essa, e perciò tu la faccia per te, non per loro».
Francesco rivolse la faccia al cielo, e parlò a Cristo così: «Signore, non ti dicevo giustamente che non mi avrebbero creduto?». Allora tutti udirono nell’aria la voce di Cristo che rispondeva: «Francesco, nulla vi è di tuo nella Regola, poiché tutto quello che vi sta è mio. E voglio che sia osservata alla lettera, alla lettera, alla lettera, senza commenti, senza commenti, senza commenti!». E soggiunse: «So bene quanto può la fragilità umana e so in quale misura intendo aiutarli. Quelli dunque che non vogliono osservarla, escano dall’Ordine».
Allora il beato Francesco si volse a quei frati e disse: «Avete udito? Avete udito? Volete che ve lo faccia ripetere?». I ministri, riconoscendo la propria colpa, si allontanarono spaventati e confusi.
PARTE PRIMA

LA POVERTÀ PERFETTA


2.
COME IL BEATO FRANCESCO DICHIARO LA VOLONTÀ
E INTENZIONE CH’EGLI EBBE DAL PRINCIPIO ALLA FINE
CIRCA L’OSSERVANZA DELLA POVERTÀ


3. Frate Rizzerio della Marca, nobile per nascita e più nobile per santità, amato con grande affetto da Francesco, lo visitò un giorno nel palazzo del vescovo di Assisi. Fra gli argomenti dei quali parlò con il Santo intorno allo stato della Religione e all’osservanza della Regola, lo interrogò in particolare su questo punto: «Dimmi, o Padre, che intenzione hai avuto da principio, quando cominciasti ad avere dei fratelli, e qual è l’intenzione che hai ora e credi d’avere fino al giorno della tua morte. Così sarò assicurato della tua intenzione e volontà prima e ultima. Noi frati chierici possediamo tanti libri: possiamo tenerceli, dicendo che appartengono alla Religione?». Gli rispose Francesco: «Fratello, ecco la mia prima intenzione e ultima volontà – e volesse il cielo ch’io fossi riuscito a convincerli! – che cioè nessun frate abbia se non l’abito che la Regola autorizza, con il cordiglio e le brache».


4. Qualche frate obbietterà: «Ma perché il beato Francesco al suo tempo non fece osservare così rigorosamente la povertà dai frati, come ebbe a dirlo a frate Rizzerio?». Ebbene, noi che siamo vissuti con lui, risponderemo come udimmo dalla sua bocca. Egli stesso diceva ai frati queste e molte altre cose, e numerose prescrizioni inserì nella Regola, dopo averle ricevute dal Signore con assidua preghiera e riflessione, nell’interesse della Religione. E affermava che erano cose del tutto conformi al volere del Signore. Senonché dopo averle indicate ai fratelli, parvero a questi degli obblighi gravosi, impossibili a osservarsi. Essi ignoravano quello che sarebbe accaduto dopo la morte del Santo!
Poiché temeva molto che scoppiassero scandali, sia a motivo suo che a motivo dei frati, non volle fare contese e a malincuore accondiscendeva alla loro volontà, scusandosene poi davanti a Dio. Ma affinché non tornasse infeconda a Dio la parola che Egli poneva nella bocca di Francesco per utilità dei fratelli, il Santo volle anzitutto farla fruttare in se stesso, e così ottenne la ricompensa divina. E trovò finalmente tranquillità e consolazione di spirito.

3.

COME RISPOSE AL MINISTRO
CHE VOLEVA TENERE DEI LIBRI CON IL SUO PERMESSO
E COME I MINISTRI, A SUA INSAPUTA,
FECERO TOGLIERE DALLA REGOLA IL CAPITOLO
SULLE PROIBIZIONI DEL VANGELO


5. Nel tempo in cui Francesco era tornato dalle terre d’oltremare, un ministro venne a parlare con lui intorno alla povertà. Voleva costui conoscere la sua volontà e il suo pensiero, massime perché allora era compreso nella Regola un capitolo sulle proibizioni imposte dal santo Vangelo: Non porterete nulla sul vostro cammino, ecc
Il beato Francesco rispose: «Io sono del parere che i fratelli non debbano possedere nulla, se non una tonaca con il cordiglio e le brache, come stabilisce la Regola; e possano portare le calzature quando siano costretti da necessità».
Replicò il ministro: «Che farò io, che ho tanti libri del valore di più che cinquanta libbre?». Disse questo, perché voleva tenere quei libri con libera coscienza. E ora provava rimorso, sentendo che Francesco interpretava così strettamente il capitolo sulla povertà. Il Santo riprese: «Non voglio, né debbo né posso andare contro la mia coscienza e contro la perfezione del santo Vangelo che abbiamo professato». Ascoltando ciò, il frate ministro fu preso da tristezza.
Vedendolo così sconvolto, Francesco con grande fervore di spirito ribatté, intendendo nella persona di lui rivolgersi a tutti i frati: «Voi volete essere ritenuti dalla gente frati minori ed essere chiamati osservatori del santo Vangelo; mentre in realtà volete avere la borsa piena di denari!».


6. Nondimeno, sebbene i ministri provinciali sapessero che i frati secondo la Regola, erano obbligati a osservare il Vangelo, fecero radiare dalla Regola stessa quel capitolo: Non porterete nulla sul vostro cammino, ecc., illudendosi così di non essere tenuti alla perfetta osservanza del Vangelo.
Venuto a conoscenza della cosa per illuminazione dello Spirito Santo, Francesco osservò alla presenza di alcuni fratelli: «I frati ministri s’immaginano di ingannare il Signore e me, ma affinché sappiano che tutti i frati sono obbligati a osservare perfettamente il Vangelo, voglio che in principio e in fine della Regola sia scritto che i frati sono tenuti a osservare fermamente il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo. Inoltre, allo scopo che i fratelli siano inescusabili, dopo che ho loro annunziato e continuo ad annunziare quanto Dio ha posto sulle mie labbra per mia e loro salvezza, io voglio osservare sempre con i fatti tali prescrizioni, alla presenza di Dio e con il suo aiuto».
Davvero egli osservò alla lettera tutto il santo Vangelo, dai primordi, quando cominciò ad avere dei fratelli, fino al giorno della morte.

4.

DEL NOVIZIO CHE VOLEVA AVERE UN SALTERIO
CON IL CONSENSO DEL SANTO


7. In altra occasione, un novizio che sapeva leggere, per quanto non bene, il salterio, aveva ottenuto dal ministro generale il permesso di averlo. Sentendo dire però che Francesco non voleva che i suoi frati fossero bramosi di sapere e di libri, non era contento di tenere il salterio senza il consenso del Santo. Francesco venne a passare nel luogo dove il novizio viveva. Costui gli disse: «Padre mi sarebbe di gran consolazione avere un salterio. Il ministro generale me lo ha, sì, concesso; vorrei tuttavia averlo anche con il tuo consenso».
La risposta di Francesco fu: «Carlo imperatore e Orlando e Oliviero e tutti i paladini e i prodi che furono valorosi in battaglia, combattendo contro gl’infedeli fino alla morte con fatiche e travaglio grande, ebbero su quelli memoranda vittoria e finalmente questi santi martiri caddero in battaglia per la fede di Cristo. Invece, vi sono molti che con il solo racconto delle gesta compiute da quelli, vogliono raccogliere onori e lodi presso la gente. Anche tra noi ci sono molti i quali, leggendo e predicando le opere compiute dai santi, vogliono ricevere onore e lode». Con queste parole voleva dire che non bisogna preoccuparsi di libri e di scienza, ma di azioni virtuose, poiché la scienza gonfia mentre la carità edifica.
Giorni dopo, Francesco sedeva accanto al fuoco. Il novizio gli fece nuovamente parola del salterio. E Francesco «Vedi, quando avrai avuto il salterio, bramerai avere ii breviario. E avuto il breviario, ti assiderai in cattedra come un solenne prelato, e ordinerai al tuo fratello: " Portami il breviario! "».
E dicendo questo, con grande fervore di spirito Francesco prese della cenere, se la pose sul capo, poi girando la mano sulla testa come uno che se la sta lavando, diceva: «Io il breviario! io il breviario!». Così ripeté molte volte, passando la mano sul capo. Il novizio arrossì, allibito.
Francesco riprese: «Fratello, anche a me capitò di desiderare libri. Ma per conoscere la volontà del Signore in proposito, presi il libro dei Vangeli e pregai il Signore che alla prima apertura mi mostrasse la sua volontà. Finita la preghiera, alla prima apertura del libro, mi cadde sotto lo sguardo quella parola: «A voi fu dato di conoscere il mistero del regno di Dio, ma agli altri viene proposto in forma di parabole». Aggiunse: «Tanti sono quelli che volentieri si elevano alla scienza, che sarà beato chi si farà ignorante per amore del Signore Dio».
Trascorsero più mesi. Mentre Francesco stava a Santa Maria della Porziuncola, presso la cella dietro la chiesa, sulla strada, quel frate tornò alla carica a proposito del salterio. Gli disse Francesco: «Vai, e fa’come ti dirà il frate ministro».
Sentito questo, quel frate riprese il cammino, per tornare al luogo donde era venuto. Francesco, rimasto sulla strada rifletteva a quello che aveva detto e d’improvviso gli gridò dietro: «Aspettami, fratello, aspetta!». Lo raggiunse e gli disse: «Torna indietro con me, fratello, e indicami il posto dove ti ho detto che tu farai per il salterio secondo la prescrizione del tuo ministro».
Appena giunti a quel posto, il beato Francesco s’inginocchiò davanti a quel frate e disse: «E mia colpa, fratello, è mia colpa! poiché chiunque vuol essere frate minore non deve avere che la tonaca, la corda e le brache, come permette la Regola, e calzature per quelli che vi siano costretti da manifesta necessità».


8. Da allora, a quanti venivano a lui per avere il suo consiglio su questo argomento, rispondeva così. E sovente soggiungeva: «Un uomo è tanto sapiente quanto opera, ed è pio e bravo predicatore nella misura in cui mette in pratica; poiché l’albero si riconosce ai suoi frutti».

5.

POVERTÀ CIRCA I LIBRI, I LETTI,
GLI EDIFICI E GLI UTENSILI


9. Il beato padre ammaestrava i frati a cercare nei libri non il valore materiale ma la testimonianza del Signore non la bellezza ma il profitto spirituale. E volle che di libri ne tenessero pochi e in comune, a disposizione dei fratelli che ne avessero bisogno.
Nei giacigli e nei letti era così copiosa la povertà, che se qualcuno poteva stendere sulla paglia qualche straccio, lo riteneva un talamo.
Insegnava ai frati a prepararsi abitazioni anguste e poverelle, capanne di legno e non di pietre, di umile fattura. E non solo odiava le case confortevoli, ma detestava gli utensili abbondanti e ricercati.
Non amava che nelle mense e nella suppellettile ci fosse sentore di mondanità, affinché ogni cosa profumasse di povertà e indicasse che siamo dei pellegrini e degli esuli.

6.

COME FECE USCIRE TUTTI I FRATI DA UN’ABITAZIONE
CHE ERA DETTA CASA DEI FRATI


10. Passando per Bologna, sentì che vi era stata da poco edificata una casa di frati. Immediatamente, appena udito che quell’abitazione era creduta proprietà dei frati volse il cammino fuori città e comandò seccatamente che tutti i frati ne uscissero in fretta e non abitassero più colà.
Uscirono allora tutti i frati, tanto che anche gli ammalati furono messi fuori. Ma messer Ugolino, vescovo di Ostia e legato papale in Lombardia, affermò pubblicamente che quella casa era sua. Un frate che era infermo e fu cacciato fuori, rende testimonianza del fatto e lo narrò in scritto.

7.

COME VOLLE ABBATTERE UNA CASA
CHE IL POPOLO DI ASSISI AVEVA COSTRUITO
PRESSO SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA


11. Avvicinandosi il Capitolo generale, che si teneva ogni anno presso la Porziuncola, considerando il popolo di Assisi che i frati si moltiplicavano ogni giorno e tutti annualmente convenivano colà e non disponevano che di un piccolo abituro coperto di paglia, con le pareti di vimini e di fango, riunirono il consiglio del comune e in pochi giorni con gran fretta e devozione eressero ivi una grande casa in pietre e calce, senza il consenso di Francesco, allora assente.
Tornando il beato Francesco da altra regione ed essendo giunto alla Porziuncola per il Capitolo, si meravigliò forte al vedere quella casa. Temeva che, sull’esempio di quella, gli altri frati nei luoghi in cui dimoravano o si sarebbero allogati, facessero similmente edificare grandi abitazioni, mentre voleva che la Porziuncola fosse sempre modello ed esempio a tutti gli altri luoghi dell’Ordine. E perciò prima che il Capitolo fosse concluso, salì sul tetto di quella casa ordinando ai frati di arrampicarsi su, e con loro cominciò a gettare per terra le lastre di cui era coperta, volendo distruggerla fino alle fondamenta.
Alcuni soldati di Assisi che stavano lì a fare la guardia a motivo della moltitudine dei forestieri accorsi per assistere al Capitolo, vedendo che Francesco con altri frati voleva demolire quella casa, andarono subito a lui e gli fecero osservare: «Fratello, questa casa appartiene al comune di Assisi, e noi siamo qui a nome del comune stesso. Ti proibiamo perciò di distruggere la nostra casa». Udendo ciò, Francesco rispose loro: «Se è vostra, non la voglio toccare». E immediatamente scese lui con gli altri frati.
Da allora il popolo di Assisi stabilì che chiunque fosse podestà curasse la manutenzione di quell’edificio. E ogni anno per gran tempo fu osservato tale statuto.

8.

COME RIMPROVERÒ IL SUO VICARIO
PERCHÉ FACEVA EDIFICARE ALLA PORZIUNCOLA
UNA PICCOLA CASA, DOVE DIRE L’UFFICIO


12. In altra occasione, il vicario del beato Francesco cominciò a far edificare colà una piccola casa, dove i frati potessero riposare e recitare le ore liturgiche, poiché per la moltitudine dei frati che venivano a quel luogo, essi non avevano dove poter dire l’ufficio.
Si deve sapere che tutti i frati dell’Ordine accorrevano là, dal momento che nessuno veniva ricevuto nella fraternità se non alla Porziuncola. Quella casa dunque era quasi finita, quando Francesco fu di ritorno. Stava egli nella cella e sentì il rumore dei lavoranti; chiamato il compagno, gli domandò cosa stessero facendo quei fratelli. Questi gli raccontò come stavano le cose.
Fece chiamare subito il suo vicario e gli disse: «Questo luogo è il modello e l’esempio di tutto l’Ordine, fratello. Voglio perciò che i frati di qui sopportino le tribolazioni e i disagi per amore del Signore Dio, e gli altri frati che vengono qua, riportino alle loro dimore il buon esempio di povertà. Poiché se noi qui avessimo i nostri agi, anche gli altri sarebbero stimolati a fare costruzioni nei propri luoghi, scusandosi: – Se presso Santa Maria della Porziuncola, che è il primo luogo dell’Ordine, vengono eretti edifici cosi, possiamo anche noi farli su nei luoghi nostri».

9.

PERCHÉ NON VOLEVA IL BEATO FRANCESCO
STARE IN UNA CELLA CONFORTEVOLE
O CHE FOSSE DETTA SUA


13. Un fratello di viva spiritualità e amico intimo di Francesco fece fare nell’eremitaggio ove dimorava una cella un po’appartata, dove Francesco potesse raccogliersi in orazione quando andasse là. Ci venne di fatto, e quel frate lo condusse alla celletta. Francesco protestò: «Questa cella è troppo bella!».
Era fatta di legni dirozzati con l’ascia e la pialla. Egli seguitò: «Se vuoi che ci rimanga, falla rivestire dentro e fuori con salici e rami d’albero». Quanto più case e celle erano povere, tanto più volentieri ci abitava.
Il frate fece così, e Francesco vi sostò alcuni giorni. Ma una volta che il Santo era uscito dalla cella, un frate andò a vederla e poi venne al posto dove si trovava Francesco. Vedendolo, questi gli chiese: «Donde vieni, fratello?». Rispose: «Vengo dalla tua cella». E Francesco: «Poiché hai detto che è mia d’ora innanzi ci starà un altro, e non io».


14. Noi che siamo stati con lui, spesso lo udimmo dire quelle parole: Le volpi hanno la tana e gli uccelli del cielo il nido; ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il suo capo. Soggiungeva: «Il Signore, quando stette nel deserto e pregò e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, non si fece costruire cella o casa, ma dimorò fra le rocce del monte». E perciò sull’esempio di Lui non volle avere casa né cella che fosse detta sua, né mai fece in modo che gliela costruissero. Se talora accadeva che avesse detto ai fratelli: «Andate, apprestatemi quella cella», non ci voleva poi rimanere, per quelle parole del Vangelo: Non vogliate essere preoccupati, ecc.
E vicino a morte fece scrivere nel suo Testamento che le celle e le abitazioni dei frati fossero di legno e fango soltanto, per meglio conservare la povertà e l’umiltà.

10.

DEL MODO DI SCEGLIERE I LUOGHI NELLE CITTÀ
E DI EDIFICARVI SECONDO L’INTENZIONE
DEL BEATO FRANCESCO
 

15. Trovandosi Francesco una volta nei pressi di Siena a causa della malattia agli occhi, messer Bonaventura, che diede ai frati il terreno su cui fu edificato il luogo, gli disse: «Che ti sembra di questo luogo, padre?». A lui disse Francesco: «Vuoi che ti dica in che modo devono essere edificati i luoghi dei frati?». Rispose: «Lo voglio, padre».
Prese a dire il Santo: «Quando i frati arrivano in una città dove non hanno un luogo, e trovano qualcuno che vuol dare loro tanto terreno da potervi edificare un luogo e avere l’orto e tutte le cose indispensabili, per prima cosa considerino quanta terra sia loro sufficiente, sempre avendo di mira la povertà e il buon esempio che siamo tenuti a dare in ogni cosa».
Diceva così perché non voleva assolutamente che nelle case o chiese, orti o altre cose di loro uso, i frati debordassero dai limiti della povertà, possedendo cioè qualcosa con diritto di proprietà, ma dovunque dimorassero come gente di passaggio e forestiera. A tal fine voleva che i frati non si riunissero in comunità numerose, poiché gli sembrava difficile che in un gruppo troppo grande si potesse osservare la povertà. Questo fu il suo ideale dal principio della sua conversione sino alla fine: che in ogni cosa la povertà’fosse osservata appassionatamente.
Continuò: «Dopo considerata la terra indispensabile per il luogo, i frati dovranno andare dal vescovo della città e dirgli: Messere, un benefattore vorrebbe darci quel terreno, per amore di Dio e per la salvezza della sua anima, e ivi potremmo edificare il nostro luogo. Perciò ricorriamo a voi per primo, poiché siete padre e signore delle anime di tutto il gregge a voi affidato e di tutti i nostri fratelli che dimoreranno in questo luogo. Noi vogliamo costruire colà con la benedizione di Dio e la vostra».


16. Questo diceva Francesco perché il bene che i frati intendono fare tra le anime, meglio lo conseguono vivendo in armonia con il clero, guadagnandosi questo e il popolo, anziché, inimicandosi il clero, conquistare le moltitudini. Diceva: «Il Signore ci ha chiamati in aiuto della sua fede del clero e dei prelati della santa Chiesa romana. Siamo perciò obbligati ad amarli, onorarli, venerarli per quanto ci è possibile. Si chiamano frati minori perché come col nome, così con l’esempio e con i fatti devono essere piccoli più che tutti gli uomini del mondo.
E poiché fin dall’inizio della mia nuova vita il Signore pose sulla bocca del vescovo di Assisi la sua parola affinché mi consigliasse e desse forza nel servizio di Dio, per questo e per i molti altri carismi che vedo nei prelati, io voglio amare non solo i vescovi, ma anche i sacerdoti poverelli, e venerarli e considerarli miei padroni. E dopo ricevuta la benedizione del vescovo, vadano e scavino tutto intorno un grande fossato nel terreno ricevuto e vi piantino una folta siepe a guisa di muro, in segno di santa povertà e umiltà.
Facciano poi costruire case poverelle di fango e legno, e alcune celle dove i fratelli possano pregare e lavorare per maggiore edificazione e per schivare l’oziosità. Facciano anche erigere piccole chiese; non debbono farne di grandi, con il motivo di predicare al popolo o altra ragione, poiché è segno di maggiore umiltà e di più toccante esempio che vadano a predicare nelle altre chiese. Se talora prelati, chierici e religiosi o secolari verranno alle loro dimore, le cellette e le piccole umili chiese saranno esse stesse una predica, e i visitatori saranno edificati più da ciò che dalle parole».
Soggiunse: «Molte volte i frati fanno fare grandi edifici, violando la nostra santa povertà, provocando mormorazioni e malesempio in molti. Ogni volta che, per avere un luogo migliore e più degno di rispetto, o per un afflusso più grande di popolo essi, stimolati da cupidigia e avidità, abbandonano quei rifugi o edifici e li fanno abbattere per farne altri grandi e imponenti, restano molto scandalizzati e contristati i fedeli che hanno dato l’elemosina e gli altri che vedono queste esagerazioni. E miglior cosa quindi che i frati costruiscano piccoli edifici poverelli, osservando il loro ideale e dando buon esempio al prossimo, anziché agire contro quanto hanno promesso e così dare malesempio agli altri. Che se talvolta i frati lasciassero i loro modesti ospizi, presentandosi l’occasione di un rifugio più decoroso, lo scandalo sarebbe minore».

11.

COME I FRATI, SPECIE PRELATI E DOTTI,
CONTRASTARONO IL BEATO FRANCESCO
CHE VOLEVA ABITAZIONI E LUOGHI POVERI


17. Francesco aveva stabilito che le chiese dei frati fossero piccole e le loro abitazioni fatte soltanto di legno e fango, in segno di santa povertà e umiltà. E volle che si cominciasse a fare cosi nel luogo di Santa Maria della Porziuncola, particolarmente quanto alle case costruite di legno e fango, affinché rimanesse modello a tutti i frati presenti e futuri, poiché quello era il primo e principale luogo di tutto l’Ordine.
Alcuni frati non condividevano questa idea, dicendo che in alcune regioni il legname era più caro che le pietre, e non reputavano saggio apprestare abitazioni di legno e fango. Francesco non voleva fare polemiche, perché era gravemente malato e vicino a morire. Perciò allora fece scrivere nel suo Testamento: «Si guardino i frati dall’accettare chiese, abitazioni e ogni altro ambiente che venga costruito a loro uso, se non sia in carattere con la santa povertà. E vi dimorino come ospiti e forestieri».


18. Noi infatti che fummo con lui quando dettò la Regola e quasi tutti gli altri suoi scritti, facciamo testimonianza che nella Regola e negli altri suoi scritti (in cui molti frati furono contrari, specie prelati e dotti), disse molte cose che oggi sarebbero assai utili e necessarie a tutto l’Ordine. Ma poiché egli molto paventava lo scandalo, condiscendeva suo malgrado alla volontà dei fratelli.
Spesso tuttavia esclamava: «Guai a quei frati che mi contrastano in quello che conosco fermamente corrispondere al volere di Dio, per la maggiore utilità e necessità di tutto l’Ordine, sebbene controvoglia io accondiscenda alla loro volontà». E spesso si confidava con i compagni: «In questo sta il mio dolore e la mia afflizione: che in quelle cose che con molta perseveranza di preghiera e di riflessione ottengo da Dio, per sua misericordia e per utilità presente e futura di tutta la fraternità, e da Lui stesso ho prova che sono conformi al suo volere, alcuni frati, fidando sulla loro scienza e su errato intendimento, mi sono contrari, e svuotano il nostro ideale, dicendo: Queste cose sono da mantenersi, ma queste altre no».

12.

COME REPUTAVA FURTO CHIEDERE L’ELEMOSINA
E USARNE OLTRE IL BISOGNO


19. Frequentemente Francesco diceva queste parole ai suoi fratelli: «Non sono mai stato ladro di elemosine, nel chiedere o nell’usarne oltre il bisogno. Presi sempre meno di quanto mi occorreva, affinché gli altri poveri non fossero privati della loro parte; ché fare il contrario, sarebbe rubare».

13.

COME CRISTO GLI DISSE DI NON VOLERE CHE I FRATI
POSSEDESSERO COSA ALCUNA NÉ IN COMUNE NÉ IN PRIVATO


20. I frati ministri cercavano di persuaderlo affinché concedesse qualcosa ai frati almeno in comune, cosi che gruppi tanto numerosi avessero delle riserve. Francesco allora invocò nell’orazione Cristo e lo interrogò sull’argomento; e il Signore rispose immediatamente: «Io toglierò ogni cosa posseduta in privato e in comune. A questa famiglia sarò sempre pronto a provvedere, per quanto essa cresca, e sempre la sosterrò finché nutrirà speranza in me»

14.

SUO DISPREZZO DEL DENARO
E COME PUNÌ UN FRATE PER QUESTO


21. Da vero amico e imitatore di Cristo, Francesco disprezzava pienamente tutte le cose del mondo, ma in modo particolare detestava il denaro, e indusse i fratelli con la parola e l’esempio a sfuggirlo come il demonio. I frati erano educati a considerare dello stesso valore denaro e rifiuti.
Accadde un giorno che un secolare entrasse a pregare nella chiesa della Porziuncola e ponesse un’offerta di denaro presso la croce. Allontanandosi quello, un frate raccattò con tutta semplicità i soldi, e li gettò sul bordo inferiore della finestra. Il fatto fu riferito a Francesco e quel frate, vistosi scoperto, domandò perdono e prosternato a terra si offrì alle percosse.
Lo riprese il beato Francesco, e molto duramente lo rimproverò di aver toccato denaro. Poi gli comandò di toglierlo con la bocca dalla finestra e di deporlo, sempre con la bocca, sopra lo sterco di un asino. Mentre quel frate si affrettava con gioia a compiere il comando, tutti quelli che videro e ascoltarono, furono ricolmi di grande timore. E da allora tennero ancor più a vile il denaro assimilato a sterco d’asino; e con nuovi esempi ogni giorno erano stimolati a disprezzarlo sempre più decisamente.

15.

COME EVITARE LE VESTI TROPPO DELICATE E ABBONDANTI,
E COME NELLE STRETTEZZE SI DEVE USARE PAZIENZA


22. Rivestito di fortezza dal cielo, Francesco era riscaldato più dal fuoco della grazia divina nell’intimo, che dalle vesti nel corpo. Non poteva soffrire chi era troppo coperto di vesti o chi senza necessità usava, nell’Ordine, indumenti delicati. Affermava che un bisogno indotto non dalla ragione, bensì dal capriccio, è sintomo che lo spirito langue. Diceva: «Quando lo spirito è tiepido e a poco a poco si raffredda nella grazia, per forza la carne e il sangue saltano su a imporre le loro esigenze». E ancora:«Che altro rimane, quando l’anima è priva delle delizie spirituali, se non che la carne ritorni ai suoi piaceri? Allora le brame animalesche si ammantano di necessità e il senso carnale deforma la coscienza.
Se il mio fratello è preso da vera necessità e tosto si affaccenda a soddisfarla, che premio meriterà? Gli capitò l’occasione di merito, ma egli dimostrò chiaramente che non lo gradiva. Non sopportare pazientemente la carenza di cose anche necessarie, non è altro che voler tornare in Egitto».
In nessun caso ammetteva che i frati avessero più di due tonache, che però concedeva fossero rattoppate con pezze. Diceva che le stoffe ricercate le aveva in orrore, e ruvidamente rimproverava quelli che facevano il contrario. E per eccitarli con il suo esempio, portava sempre cuciti sulla sua tonaca dei pezzi di sacco grossolano. E, morente, comandò che la tonaca per le esequie fosse ricoperta di sacco.
Invece ai frati, costretti da malattia o altra necessità, concedeva che portassero sulla carne un’altra tonaca morbida, purché conservassero di fuori un vestito rozzo e senza valore. Diceva pertanto con vivo rammarico: «Tanto ancora si rilasserà l’austerità e dominerà la mollezza, che i figli di un padre povero non si vergogneranno di portare panni di scarlatto cambiando soltanto il colore».

16.

COME NON VOLEVA SODDISFARE IL PROPRIO CORPO
IN QUELLE COSE DI CUI PENSAVA
CHE GLI ALTRI FRATI MANCASSERO


23. Soggiornando Francesco nel romitorio di Sant’Eleuterio presso Rieti, a motivo del freddo pungente cucì all’interno della sua tonaca e di quella del suo compagno alcune pezze. Poiché egli abitualmente non indossava che la sola tonaca, il suo corpo cominciò allora a provare un po’di benessere.
Poco dopo, di ritorno dall’orazione, con gran letizia disse al compagno: a Bisogna che io sia modello ed esempio a tutti i fratelli, e perciò, sebbene al mio corpo sia necessaria una tonaca rappezzata, bisogna nonostante ciò ch’io ponga mente agli altri miei fratelli, a cui è necessaria la stessa cosa, e forse non l’hanno né possono averla. Bisogna che io mi metta nelle loro condizioni, e sopporti le stesse privazioni che patiscono loro, affinché vedendo questo in me, siano animati a sopportarle con gran pazienza».
Quante e quanto grandi cose necessarie egli negasse al suo corpo per dare il buon esempio ai fratelli, onde essi con più pazienza sopportassero la loro indigenza, noi che siamo vissuti con lui non siamo in grado di spiegare con parole e con scritti. Dopo che i frati cominciarono a moltiplicarsi, Francesco impiegò un grande incessante zelo nell’insegnar loro, più a fatti che a parole, quello che dovevano fare o evitare.

17.

COME SI VERGOGNAVA SE VEDEVA QUALCUNO
PIÙ POVERO DI LUI


24. Ebbe una volta a imbattersi in un mendicante e, notandone la povertà, disse al suo compagno: «Gran vergogna suscita in noi la povertà di quest’uomo e molto rimprovera la nostra povertà. Mai mi vergogno tanto, come quando trovo qualcuno più miserello di me, avendo io scelto la santa povertà per mia signora e per mia delizia e ricchezza spirituale e materiale; e in tutto il mondo è corsa questa fama: che cioè io ho fatto professione di povertà davanti a Dio e agli uomini».

18.

COME INDUSSE E AMMAESTRO I PRIMI FRATI
A RECARSI A CHIEDERE L’ELEMOSINA


25. Quando il beato Francesco cominciò ad avere dei fratelli, talmente si allietava della loro conversione e che il Signore gli avesse dato una compagnia buona, tanto li amava e venerava, che non diceva loro di andare all’elemosina soprattutto perché gli pareva che se ne vergognassero. E così, indulgendo alla loro ritrosia, andava ogni giorno lui solo ad accattare. Ma questo lo affaticava troppo, perché nel mondo aveva menato una vita delicata, inoltre aveva una complessione fragile, e si era ancor più indebolito per l’eccesso dei digiuni e dell’austerità.
Visto che non riusciva a reggere da solo a tale strapazzo e considerando che anche gli altri erano chiamati a quella fatica, sebbene se ne vergognassero, poiché non si erano ancora pienamente immedesimati dell’ideale né erano cosi sensibili da dire: «Vogliamo noi pure venire a chieder la carità», disse loro: «Fratelli e figli carissimi, non vergognatevi di andare per l’elemosina, poiché il Signore stesso si fece povero per amore nostro in questo mondo, e sull’esempio suo noi scegliamo la vera povertà. Questa è l’eredità che il Signore nostro Gesù Cristo acquistò e lasciò a noi e a tutti quelli che, seguendo il suo esempio, vogliono vivere nella santa povertà. In verità vi dico, che molti fra i più nobili e dotti di questo mondo verranno alla nostra fraternità, e stimeranno grande onore e grazia andare per l’elemosina. Andate dunque a carità, fiduciosi e lieti nell’animo, con la benedizione di Dio. E dovete provare più gioia elemosinando, che un uomo il quale per un soldo desse in cambio cento denari, poiché offrite, a quanti domandate la carità, l’amore di Dio, in contraccambio, dicendo: " Per amore del Signore Dio, fateci la carità!". E al confronto di questo amore, cielo e terra sono un nulla».
Poiché però i frati erano pochi, non poté inviarli a due a due, ma ciascuno separatamente, per castelli e villaggi.
E tornando essi con le elemosine che avevano racimolato, ognuno le mostrava a Francesco. E uno diceva all’altro: «Io ho raccolto più elemosine di te!». Si allietò Francesco, vedendoli così ilari e giocondi. E da allora ognuno domandava spontaneamente di andare alla questua.

19.

COME NON VOLEVA CHE I FRATI FOSSERO ANSIOSI
NEL PROVVEDERE AL DOMANI


26. In quello stesso tempo Francesco viveva con i compagni in tale povertà da osservare in tutto e per tutto alla lettera il Vangelo, e ciò dal giorno in cui il Signore gli rivelò che lui e i fratelli vivessero secondo l’ideale evangelico. Proibì quindi al frate che faceva la cucina di porre la sera i legumi a bagno in acqua calda, dovendoli dare da mangiare ai frati nel giorno seguente, come si usa fare; e ciò per osservare la parola del Vangelo: «Non vogliate essere preoccupati per il domani».
E così quel frate li metteva a bagno dopo la recita del mattutino, quando albeggiava il giorno in cui i legumi dovevano essere mangiati. E per lungo tempo parecchi frati in molti luoghi osservarono questa consegna, specialmente in città, non volendo raccogliere o ricevere più elemosine di quelle indispensabili per un solo giorno.

20.

COME RIMPROVERÒ CON LA PAROLA E L’ESEMPIO
I FRATELLI CHE AVEVANO IMBANDITA RICCA MENSA
NEL GIORNO DI NATALE


27. Un ministro dei frati si era recato da Francesco, per celebrare con lui la solennità del Natale, nel luogo di Rieti. E i frati, per festeggiare il ministro e la ricorrenza, prepararono le mense in maniera alquanto distinta e ricercata il giorno di Natale, stendendo belle tovaglie con vasellame di vetro.
Scendendo Francesco dalla cella per desinare, vide che erano state poste mense più elevate e preparate con cura. Tosto si allontanò nascostamente, prese il bastone e il cappello di un povero venuto colà quel giorno e, chiamato sottovoce uno dei suoi compagni, uscì fuori dalla porta del luogo, a insaputa dei frati. Il compagno restò dentro, vicino alla porta. Intanto i frati entrarono alla mensa, poiché Francesco aveva ordinato che non lo aspettassero, quando non fosse giunto all’ora della refezione.
Rimasto fuori un po’di tempo, bussò alla porta e il suo compagno tosto gli aprì; il Santo, avanzando col cappello sul dorso e il bastone in mano, andò all’uscio della stanza in cui i frati desinavano. E come un pellegrino e povero implorava: «Per amore del Signore Dio, fate l’elemosina a questo pellegrino povero e malato!». Il ministro e gli altri lo riconobbero subito. Il ministro gli rispose: «Anche noi siamo poveri, fratello, e poiché siamo in molti le elemosine che abbiamo sono sufficienti al nostro bisogno. Ma per amore di quel Dio, che hai nominato, entra nella stanza e divideremo con te le elemosine donateci da Dio».
Entrò Francesco e si fermò in piedi davanti alla tavola dei frati; il ministro gli diede la scodella in cui mangiava e del pane. Egli li prese umilmente, sedette vicino al fuoco, di fronte ai fratelli seduti a tavola, e sospirando disse loro: «Vedendo una mensa apprestata con tanta eleganza e ricercatezza, ho pensato che non fosse la tavola di religiosi poveri che ogni giorno vanno a carità di porta in porta. A noi, miei cari, si addice seguire l’esempio della umiltà e povertà di Cristo più che agli altri religiosi, poiché a questo siamo chiamati e questo abbiamo promesso davanti a Dio e agli uomini. Adesso sì mi sembra di star seduto come si conviene a un frate minore, poiché le solennità del Signore sono più onorate con l’indigenza e la povertà, per mezzo della quale i santi si guadagnarono il cielo, anziché con la raffinatezza e la ricerca del superfluo, a causa delle quali l’anima si allontana dal cielo».
Di ciò arrossirono i fratelli, considerando ch’egli parlava la purissima verità. E alcuni cominciarono a piangere forte, vedendo Francesco seduto per terra, e come puramente e santamente aveva voluto correggerli e ammaestrarli. Ammoniva invero i frati ad avere mense basse e semplici, in modo che i secolari ne traessero edificazione, e se qualche povero sopraggiungesse invitato dai frati, potesse sedersi alla pari e vicino a loro, non il povero per terra e i frati più in alto.

21.

COME IL CARDINALE DI OSTIA PIANSE E RIMASE EDIFICATO
DALLA POVERTÀ DEI FRATI


28. Il cardinale di Ostia, che fu poi papa Gregorio, essendo venuto al Capitolo dei frati a Santa Maria della Porziuncola, entrò nella loro abitazione con molti cavalieri ed ecclesiastici per vedere il dormitorio dei frati. Osservando che i frati giacevano per terra e non avevano niente sotto di sé, eccettuata un po’di paglia e alcune coltri miserabili e quasi tutte a brandelli e nessun cuscino, scoppiò in un pianto dirotto alla presenza di tutti, dicendo: a Ecco, qui dormono i frati. E noi abbiamo tante cose superflue. Che sarà di noi?». E lui e gli altri restarono molto edificati. E non vide alcuna mensa, poiché i frati mangiavano per terra; infatti fino a quando visse il beato Francesco, tutti i frati sempre in quel luogo mangiavano per terra.

22.

COME ALCUNI CAVALIERI EBBERO IL NECESSARIO
ELEMOSINANDO DI PORTA IN PORTA,
SECONDO IL CONSIGLIO DEL BEATO FRANCESCO


29. Stando Francesco nel luogo di Bagnara, sopra la città di Nocera, cominciarono i suoi piedi a enfiarsi fortemente per l’idropisia; e ivi ammalò gravemente. Venuti a conoscere la cosa gli abitanti di Assisi, alcuni cavalieri vennero precipitosamente a quel luogo per condurre il Santo ad Assisi, per paura che morisse là e altri avessero il santo corpo di lui.
Mentre lo riconducevano, fecero sosta in un borgo del contado assisano per pranzare; Francesco si riposò nella casa di un povero che volentieri lo aveva accolto, mentre i cavalieri giravano per il paese a comprare le cose loro necessarie, ma senza poterle trovare. Tornarono perciò da Francesco e gli dissero facendo gli spiritosi: a Fratello, è necessario che voi ci diate delle vostre elemosine, poiché non troviamo niente da mangiare». Con grande fervore di spirito il Santo rispose: a Per questo non avete trovato: perché confidate nelle vostre mosche cioè nel denaro, e non in Dio. Tornate ora alle case dove andaste per comprare e, lasciando cadere il rispetto umano, domandate la carità per amore di Dio, e quelli per ispirazione divina vi daranno in abbondanza».
Quelli andarono, chiesero l’elemosina come aveva consigliato Francesco, e fu loro donato con grande letizia e generosità. Capirono allora che il fatto aveva del miracoloso e tornarono da Francesco pieni di gioia, lodando il Signore.


30. Secondo il Santo, era cosa molto nobile e degna davanti a Dio e davanti agli uomini, chiedere l’elemosina per amore del Signore Dio. Invero, tutte le cose che il Padre creò a utilità dell’uomo, dopo il peccato vengono concesse come in elemosina a degni e indegni per amore del diletto suo Figlio. Diceva che dovrebbe il servo di Dio domandar la carità più volentieri e gioiosamente di uno che, per la sua ricchezza e cortesia, andasse dicendo: a chiunque mi darà una moneta che vale un solo denaro, io darò mille marchi d’oro!». In realtà, il servo di Dio chiedendo l’elemosina offre in cambio l’amore di Dio a quelli cui si rivolge; e, a confronto con l’amore di Dio, sono un nulla le cose del cielo e della terra.
Con questo spirito, prima che i frati si fossero moltiplicati e anche dopo, quando andava a predicare per il mondo, se era invitato da qualche nobile o ricco per vitto e alloggio, sempre all’ora del pasto usciva per questuare e poi tornava alla casa ospitale, e ciò per dare buon esempio e in omaggio alla signora Povertà.
E molte volte colui che aveva invitato il Santo, lo pregava di non uscire per elemosina. Egli rispondeva a Non voglio lasciare la mia dignità regale, la mia eredità, la professione mia e dei miei fratelli, che è di andare elemosinando di porta in porta». E talora l’ospitante in persona si univa a lui e prendeva le elemosine che Francesco veniva ricevendo: poi, per devozione verso il Santo, le conservava come reliquie. Colui che ha scritto questi ricordi, vide molte volte queste cose e ne fa testimonianza.

23.

COME ANDÒ PER ELEMOSINA
PRIMA DI SEDERSI ALLA MENSA DEL CARDINALE


31. Una volta, avendo Francesco fatto visita al cardinale di Ostia, che fu poi papa Gregorio, all’ora del desinare andò, quasi di soppiatto, a questuare di porta in porta. Quando rientrò, il cardinale si era già accomodato a tavola con molti cavalieri e nobili. Entrato che fu, Francesco pose sulla mensa davanti al cardinale le elemosine che aveva raccolto e sedette accanto a lui, poiché quel prelato voleva che Francesco gli sedesse sempre vicino. Il cardinale restò un poco male che egli fosse andato a raccogliere elemosine, e le avesse poi poste sulla mensa; ma non disse nulla, per non urtare i convitati.
Quand’ebbe mangiato qualche boccone, Francesco prese le sue elemosine e le distribuì in nome del Signore a ognuno dei cavalieri e dei cappellani del cardinale. Tutti le ricevettero con grande letizia e devozione, levandosi il cappuccio o altro copricapo; alcuni ne mangiarono, altri riposero quei frustoli in segno di devozione. Molto si rallegrò di questo il cardinale di Ostia, tanto più che quelle elemosine non erano di pane di frumento.
Dopo il pranzo, egli andò alla sua camera conducendo con sé Francesco e, levando le braccia, lo strinse con viva gioia ed esultanza, dicendo: «Perché, fratello mio semplicione, mi hai fatto arrossire, andando alla questua mentre eri ospite in casa mia, che è la casa dei tuoi frati?».
Il beato Francesco gli rispose: «Ma no, messere; io vi ho reso un grandissimo onore, poiché quando il suddito fa il suo dovere e soddisfa all’obbedienza verso il suo signore fa onore al suo signore!». E seguitò: «Devo essere modello ed esempio dei vostri poveri, soprattutto perché so che in questo Ordine ci sono e ci saranno frati, minori di nome e di fatto, che per amore di Dio e ispirazione dello Spirito Santo, che in ogni cosa li ammaestrerà, si chineranno a ogni umiltà e sottomissione e servizio dei loro fratelli. Purtroppo ci sono e ci saranno di quelli che, trattenuti dal rispetto umano o per cattive abitudini, sdegnano e sdegneranno di umiliarsi e adattarsi a andare alla questua o a fare altri umili lavori. E per questo, occorre che io insegni con i fatti a quelli che sono e saranno nell’Ordine, affinché in questa vita e nell’altra siano inescusabili davanti a Dio.
Trovandomi in casa vostra, che siete il nostro signore e nostro Papa, o presso altri personaggi altolocati e ricchi di questo mondo, che per amore del Signore Dio con viva devozione non solo mi ricevete nelle vostre dimore ma mi imponete la vostra ospitalità, io non voglio vergognarmi di uscire per elemosinare. Voglio invece considerare, secondo Dio, che questa è la più sublime nobiltà e regale dignità un gesto di onore verso colui che, pur essendo Signore di tutto, volle per amore nostro farsi servo di tutti; ed essendo ricco e glorioso nella sua maestà, venne povero e disprezzato nella nostra misera condizione.
Orbene, io voglio che i frati presenti e futuri sappiano che ho maggior consolazione dell’anima e del corpo quando siedo a una povera mensa di frati e mi vedo dinanzi le povere elemosine accattate di porta in porta per amore di Dio, che quando sto alla tavola vostra e di altri signori, preparata con laute pietanze. Infatti, il pane dell’elemosina è pane santo, santificato dall’amore e dalla lode di Dio, poiché quando un fratello va alla cerca, dice innanzi tutto: – Sia lodato e benedetto il Signore Dio! – Poi aggiunge: – Fateci l’elemosina per amore del Signore. –».
Fu molto commosso il cardinale udendo questo discorso, e gli disse: «Figlio mio, fai quello che ti sembra buono, poiché Dio è con te e tu con Lui!».
Tale era proprio la volontà di Francesco, e ripetute volte ebbe a dire che un frate non doveva stare a lungo senza andare per elemosina, a motivo del grande merito che ne avrebbe ricavato e per non vergognarsi poi di andare alla cerca. E certo, quanto più un frate era stato nobile e di alta condizione nel mondo, tanto maggiormente Francesco si rallegrava e prendeva edificazione di lui, vedendolo andare a carità e compiere gli umili lavori che allora facevano i frati.

24.

DEL FRATELLO CHE NON PREGAVA NÉ LAVORAVA,
PERÒ MANGIAVA GAGLIARDAMENTE


32. Nei primordi dell’Ordine, quando i frati dimoravano a Rivotorto nei paraggi di Assisi, c’era tra loro un tale che poco pregava, non lavorava né voleva andare per elemosina, ma mangiava forte.
Badando a queste cose, Francesco conobbe per rivelazione dello Spirito Santo che quello era un uomo mondano, e allora gli disse: «Va’per la tua strada, frate mosca, poiché vuoi mangiare la fatica dei tuoi fratelli e rimanere ozioso nel lavoro di Dio, come il fuco ozioso e sterile, che non lavora e nulla porta all’alveare, e poi divora la fatica e il miele raccolto dalle api lavoratrici!».
Quello se ne andò per la sua strada, ed essendo uomo mondano, non domandò e non ottenne misericordia.

25.

COME USCÌ ESULTANTE INCONTRO A UN POVERO,
CHE PASSAVA CON LE ELEMOSINE LODANDO DIO


33. Un’altra volta, trovandosi Francesco alla Porziuncola, un povero, di profonda vita spirituale, camminava per via con le sue elemosine, e intanto lodava Dio a voce alta con grande letizia.
Quando il mendicante fu nei pressi della chiesa di Santa Maria, Francesco lo udì, e immediatamente con vivo ardore e gioia gli si fece incontro sulla strada, e tutto felice baciò l’omero sul quale portava la bisaccia con l’elemosina. Prese poi quella bisaccia, se la pose sul proprio omero e così la portò nella dimora dei frati. E in loro presenza disse: «Così voglio che ogni mio frate vada e ritorni con l’elemosina, felice e contento e lodando Dio».

26.

COME GLI FU RIVELATO DAL SIGNORE
CHE I FRATI DOVEVANO CHIAMARSI «MINORI»,
E DOVEVANO ANNUNZIARE LA PACE E LA SALVEZZA


34. In altra occasione disse il beato Francesco: «L’Ordine e la vita dei frati minori può assomigliarsi a un piccolo gregge, che il Figlio di Dio, in questi ultimi tempi, chiese al suo Padre celeste dicendo: – Padre, vorrei tu creassi e dessi a me un nuovo popolo e umile in quest’ora ultima, e che fosse dissimile per umiltà e povertà da tutti gli altri che l’hanno preceduto, e fosse contento di non possedere che me –. Rispose il Padre al figlio diletto: – Figlio mio, ti è concesso quanto hai domandato –».
Diceva ancora Francesco che Dio volle e rivelò a lui che i frati si chiamassero «minori», perché questo è il popolo povero e umile, che il Figlio chiese al Padre suo. E di questo popolo che il Figlio di Dio parla nel Vangelo: Non temete, o piccolo gregge, poiché piacque al Padre vostro dare a voi il Regno. E ancora: Quello che avrete fatto a uno dei miei fratelli minori, lo avete fatto a me. Sebbene il Signore alludesse qui a tutti i poveri in spirito, in modo particolare però predisse che sarebbe venuta nella sua Chiesa la schiera dei fratelli minori.
Perciò come fu rivelato a Francesco che il suo dovesse chiamarsi Ordine dei frati minori, così fece scrivere nella prima Regola, che egli portò a papa Innocenzo III, il quale l’approvò e concesse, annunziandolo poi pubblicamente nel Concistoro.


35. Il Signore gli rivelò inoltre il saluto che i frati dovevano dire, e Francesco lo fece notare nel suo Testamento così: «Il Signore mi rivelò che dovessi dire come saluto: Il Signore ti dia pace!».
Nei primordi dell’Ordine, andando Francesco con un fratello che apparteneva ai primi dodici, costui salutava uomini e donne per via e quelli che stavano nei campi con le parole: Il Signore vi dia pace! Ma poiché la gente non aveva ancora udito dalla bocca di alcun religioso un tale saluto, molto se ne stupiva. Altri, seccati, replicavano: «Cosa vuol dire questo vostro saluto?». Talmente che quel frate cominciò a sentirsi imbarazzato, e disse a Francesco: «Concedimi di dire un altro saluto».
Rispose Francesco: «Lasciali dire, ché non comprendono le cose di Dio. Ma non te ne vergognare, perché perfino nobili e principi di questo mondo mostreranno riverenza a te e agli altri frati in grazia di questo saluto. Invero, cosa grande è che il Signore abbia voluto avere un nuovo e piccolo popolo, differente nella vita e nel parlare da tutti quelli venuti prima, e contento di non possedere che Lui solo, altissimo e glorioso».


PARTE SECONDA

DELLA CARITÀ,
COMPASSIONE E CONDISCENDENZA
VERSO IL PROSSIMO

27.

SUA TENEREZZA VERSO UN FRATELLO CHE MORIVA DI FAME,
E COME MANGIÒ CON LUI E AMMONÌ I FRATELLI
A USARE DISCREZIONE NELLA PENITENZA


36. Nel tempo in cui Francesco cominciò ad avere dei fratelli e abitava con essi a Rivotorto presso Assisi, una volta, sulla mezzanotte, mentre stavano riposando, un frate si mise a gridare: «Muoio! muoio!». Tutti si svegliarono stupefatti e spaventati. Francesco si alzò e disse: «Fratelli, levatevi e accendete un lume». Acceso che fu il lume, il Santo interrogò: «Chi ha detto: Muoio?». Quel frate rispose: «Sono stato io». E Francesco: «Ma che hai? di che cosa stai morendo?». E quello: «Muoio di fame!».
Allora Francesco fece preparare la mensa e, da uomo pieno di affetto e sensibilità, si mise a mangiare con lui, affinché non si vergognasse di prendere cibo da solo. Volle anzi che tutti gli altri frati partecipassero al pasto.
Come tutti i presenti, anche quel fratello si era da poco convertito al Signore, e come loro soleva affliggere il corpo oltre misura. Dopo la refezione, disse Francesco: «Carissimi, vi esorto a studiare ognuno la propria complessione, poiché sebbene qualcuno possa sostentarsi con meno cibo che un altro, voglio tuttavia che colui il quale ha bisogno di un nutrimento più abbondante, non lo imiti in questo. Ciascuno, conoscendo il proprio stato fisico, dia al suo corpo il sostentamento necessario, così che sia in grado di servire allo spirito. Come siamo obbligati ad astenerci dal cibo superfluo che appesantisce il corpo e l’anima, cosi dobbiamo rifuggire un digiuno esagerato, poiché il Signore vuole misericordia e non sacrificio».


Soggiunse: «Quello che ho fatto io, fratelli carissimi cioè di mangiare insieme al fratello mio affinché non si vergognasse a cibarsi da solo, è stato ispirato dalla grande necessità e da amore. Però in avvenire non voglio comportarmi così; non sarebbe degno di religiosi né conveniente. Quindi voglio e ordino che ogni fratello doni al suo corpo il necessario, a misura della nostra povertà».


37. I primi frati e quelli che vennero dopo di loro per lungo tempo, affliggevano il loro corpo fuor d’ogni misura astenendosi da cibo e bevande, rinunciando al sonno, non riparandosi dal freddo, vestendo ruvidi panni, lavorando con le loro mani, portando sulla carne cerchi di ferro e aspre corazze e cilizi. Il padre santo, considerando che con tali durezze ascetiche i fratelli rischiavano di ammalarsi e altri erano già caduti infermi, in un Capitolo proibì che si portasse sulle carni altro che la tonaca.
Noi, che siamo vissuti con lui, possiamo attestare che in tutto il corso della sua vita egli fu verso i fratelli discreto e moderato, in modo però ch’essi non deviassero mai dalla povertà e dallo spirito del nostro Ordine. Lui però, il nostro padre santissimo, dal momento della conversione e fino alla morte, fu austero verso il suo corpo, sebbene fosse di costituzione fragile e, quando viveva nella sua famiglia, fosse costretto a usarsi molti riguardi.
Osservando una volta come i frati violavano la povertà e la frugalità nei cibi e in ogni cosa, in una predica rivolta ad alcuni frati, ma diretta a tutti, ebbe a dire: «I miei fratelli non pensano che al mio corpo sarebbe necessaria un’alimentazione migliore; ma poiché bisogna che io sia modello ed esempio a tutti i frati, voglio esser contento di scarsi e miseri cibi, e usare d’ogni altra cosa secondo povertà, aborrendo tutto ciò che sia costoso e ricercato».

28.

COME CONDISCESE A UN FRATE MALATO,
MANGIANDO UVA CON LUI


38. Un’altra volta, trovandosi Francesco nello stesso luogo, un fratello, molto spirituale e da tempo nell’Ordine, era malato e senza forze. Francesco ebbe compassione di lui. Allora i frati sia sani che malati con grande letizia vivevano nella povertà come fossero nell’abbondanza; nelle infermità non usavano medicine e neppure le richiedevano, anzi prendevano volentieri cose nocive alla salute. Sicché Francesco disse fra sé: «Se questo fratello, di buon mattino, mangiasse dell’uva matura, credo che ne avrebbe giovamento». Così pensò e così fece. Si alzò di fatto un giorno di buon’ora, chiamò segretamente quel frate, lo condusse in una vigna vicina al luogo e scelse una vite dai grappoli maturi. E sedendosi accanto a quella, cominciò a mangiare l’uva insieme con lui affinché non si vergognasse a mangiar da solo. Così il frate riprese forza, e insieme lodarono il Signore.
Quel frate si ricordò per tutta la vita della compassione e dell’affetto che il padre santo gli aveva dimostrato, e con devozione grande ricordava piangendo ai fratelli quel fatto.

29.

COME SPOGLIÒ SÉ E IL COMPAGNO
PER VESTIRE UNA POVERA VECCHIA


39. Presso Celano, in tempo d’inverno, Francesco indossava un panno a guisa di mantello, prestatogli da un amico dei frati. E venne a lui una vecchietta, chiedendo l’elemosina. Egli immediatamente si tolse di dosso quel panno e sebbene non fosse suo, lo donò alla povera vecchia, dicendo: «Va’, e fattene un vestito, poiché ne hai molto bisogno».
La vecchietta sorrise e stupefatta, non so se per timore o per gioia, prese il panno dalle mani di lui, e preoccupata che indugiando non rischiasse di perdere il dono, si allontanò in fretta e tagliò il panno con le forbici. Ma accorgendosi che la stoffa non bastava per confezionare un vestito, ricorse alla bontà del Santo, per mostrargli che il pann